C’è un’estate, nella pianura padana, in cui sembra non succedere niente. È il 2003, la siccità tiene tutto fermo, l’aria è densa, i giorni si allungano uguali. Eppure, sotto quella superficie immobile, qualcosa si muove.
È qui che si apre La radura, esordio di Alessandra Castellazzi: la protagonista è Viola, una ragazzina di tredici anni alle prese con un’assenza che non trova spiegazione: quella della sorella maggiore, scomparsa nel nulla mesi prima. Intorno, c’è una piccola città di pianura, che ha dei rimandi a quella reale nella quale Castellazzi è cresciuta, Cassano d’Adda, dove il caldo sembra amplificare ogni sensazione e ogni mistero.
Mentre il tempo è sospeso e sentiamo la pressione di una nuova tragedia che si addensa davanti a noi, Viola scopre la radura, quella del titolo. Un luogo nascosto, rigoglioso e perturbante. Che è insieme promessa e minaccia, come potrete intuire dalla conversazione che vi riportiamo qui sotto.
Si tratta della trascrizione dell’incontro che si è tenuto da Verso Libri a Milano tra l’autrice del libro, Alessandra Castellazzi, e Ludovica Lugli e Giulia Pilotti del podcast Comodino (che ringraziamo per l’aiuto e la disponibilità).
Buona lettura!
Una scena del film Picnic a Hanging Rock di Peter Weir
[Quella che segue è una trascrizione parziale e rivisitata della presentazione del romanzo La radura di Alessandra Castellazzi (edizioni e/o) alla libreria Verso di Milano dello scorso 1/04/2026. Intervengono Ludovica Lugli e Giulia Pilotti]
Giulia: Questo è un romanzo strano. Io non frequento molto il fantastico e mentre leggevo avevo in mente soprattutto riferimenti audiovisivi. Twin Peaks, Stranger Things e Il labirinto del fauno di Guillermo Del Toro. Annientamento di Alex Garland, tratto dai romanzi di Jeff VanderMeer, e Stand by Me. Forse avevo molti riferimenti visivi anche perché hai una scrittura molto visiva. Ci sono descrizioni meravigliose nella Radura: sia la parte più secca, asciutta e calda dell’estate del 2003, sia questa radura che invece è umida e lussureggiante… tutte queste cose io quasi le sentivo nel mio corpo. Siccome non conosco il genere, vorrei chiederti qual era il tuo altarino letterario di riferimento.
Ludovica: Diversamente da Giulia io bazzico il genere vicino alla Radura, e proprio influenzata da Alessandra ho letto Mariana Enríquez e Irene Solà. Vorrei sapere se ti ritrovi o meno nella definizione di “new weird”, che e/o ha incluso nella descrizione del libro, un riferimento al genere in cui si muove VanderMeer, quello in cui spuntano cose inquietanti, né del tutto fantascientifiche né del tutto magiche, in contesti apparentemente molto poco magici.
Alessandra: Del mio altarino letterario fa parte proprio Enríquez. Lei è più marcatamente horror e mi piace una mossa che ha fatto: da grandissima fan di Stephen King e dell’horror più classico, ha deciso che quella era la sensazione che voleva trasmettere, ma King sta nel Maine, dove è tutto umido, buio, è il gotico della notte e del freddo, mentre lei è una scrittrice argentina di Buenos Aires. Per trasmettere quella stessa paura, quello stesso senso di straniamento, doveva renderlo caldo, sudamericano, urbano, per cui la sua notte non è la notte delle candele accese o della luna piena, ma è la notte dei blackout in una città immensa. Mi piaceva l’idea di fare la stessa cosa con la Pianura Padana. Volevo accentuarne la stranezza.
Un’altra delle scrittrici che mi piacciono molto è Shirley Jackson, parliamo di un altro periodo storico, gli anni 50-60, più o meno, del 900. Il suo è un senso dell’orrore e del perturbante che sta nelle piccole cose più che nei grandi cataclismi.
Rispetto al cinema, anche se è tratto da un romanzo, avevo come riferimento Picnic a Hanging Rock. Parlo del film perché l’ho visto più di recente, mentre il libro l’avevo letto diverso tempo fa, quindi non lo ricordo tanto bene, però anche lì c’era questa sensazione di normalità assoluta; un gruppo di ragazze che va in gita il giorno di San Valentino a questa Hanging Rock, che è una roccia nel mezzo dell’outback australiano e sembra dotata di una sua aura, una sua carica magnetica, e lì su quella roccia delle ragazze scompaiono e non si sa che fine fanno.
VanderMeer l’ho letto tutto, mi piace molto, però lì il “weird” è molto più marcato, molto più spinto ed evidente. Mi piaceva l’idea di farlo oscillare e di tenerlo più in bilico, come in Picnic a Hanging Rock appunto. In VanderMeer capisci fin da subito che sei a contatto con una realtà uscita dai cardini e che non ci rientrerà più, perché sta proprio da un’altra parte. Volevo giocare in modo più sottile sul passaggio tra questa realtà e un’altra. Sono due realtà che comunicano, volevo oscillare tra l’una e l’altra come un metronomo.
Giulia: Mi torna perché questo mondo parallelo in cui Viola entra è un po’ spaventoso, ma è anche un po’ rassicurante. Questa ambiguità della radura percorre tutto il romanzo: non sappiamo mai se avere davvero paura, se sperare che ci sia un lieto fine e che questa radura riveli delle cose alla protagonista, o invece se lei ne sia prigioniera. Mi sono chiesta costantemente cosa fosse la radura: non te lo chiedo, così ognuno può decidere da sé, ma ti chiedo cos’è che fa più paura in questo romanzo. Il riscaldamento globale, l’adolescenza o l’essere una femmina, o l’essere una femmina adolescente? Sono tutte cose terrificanti, e la radura mi sembra metterle insieme.
Alessandra: Mi piace questa domanda perché hai citato tre cose, e io ne avevo pensate solo due.
Giulia: Qual è quella in più?
Alessandra: Che essere un’adolescente femmina è spaventoso.
Volevo che la radura fosse un posto magnetico, che ti attira e ti dà l’impressione di poterti dare qualcosa, però nel darti delle cose te ne toglie altre. Dal momento in cui Viola scopre questo posto, in cui nessun altro sembra in grado di entrare, trova una dimensione ricchissima, che la fa stare bene, le dà speranza in un momento in cui lei si sente senza speranza, però al tempo stesso inizia a togliere, perché lei si isola completamente da tutte le persone che le stanno attorno, è ossessionata dalla radura.
Mi piaceva l’idea di giocare sul romanzo di formazione e che ci fossero degli aspetti molto canonici del genere, quasi cliché, come la fine della scuola, l’inizio dell’estate, le cotte, il luna park. E vedere poi che, mentre uno dei personaggi segue la “normale” direzione della crescita, la protagonista va da tutt’altra parte, e a suo modo ha un percorso di formazione pure lei, che però è completamente diverso perché entra in contatto con qualcosa di totalmente imprevisto e altro.
Ludovica: La radura attrae Viola e in passato aveva attratto anche altre ragazze. Per certi dettagli che usi nel descriverla l’ho immaginata come un’entità arcaica. E quindi mi sono chiesta: “Cos’è che anticamente prendeva da una parte le giovani donne e lasciava fuori gli altri?”. Ho pensato ai riti di iniziazione delle giovani che diventavano sacerdotesse, e in tempi più recenti e meno pagani alle donne che sceglievano o a cui era imposto di farsi monache, e alle beghine, che rifiutavano le vite di mogli e madri, per vivere tra donne. Il lato comune di queste figure è la rinuncia al sesso. Mi sembra però riduttivo pensare alla radura come a qualcosa che separa le donne che hanno una vita sessuale e quelle che no. E quindi ti chiedo: quanto c’entra il sesso con la radura?
Alessandra: Alla lista aggiungo le mistiche, per cui però l’incontro con il divino è una chiamata molto carnale, di sregolamento dei sensi, che era una cosa che volevo trasporre anche nella radura. L’incontro con la radura è sicuramente un’iniziazione, però non l’ho immaginata come un luogo in cui i sensi scompaiono, e il sesso scompare, come un votarsi alla castità, alla purezza, se vogliamo: al contrario è un luogo piuttosto sessuale, sensuale, con cui Viola entra proprio in un contatto epidermico. In cambio la radura le dà delle risposte: è come se si toccassero, come se entrassero una nell’altra. Mi sembra molto più sensuale il percorso che fa Viola con la radura rispetto per esempio a quello dell’amica, Anna, a cui piace un ragazzo.
E infatti è proprio dentro la radura che qualcuno bacia qualcuno veramente, però non si capisce bene chi bacia chi e cosa bacia cosa.
Un altro dei libri che mi hanno fatto da guida è Narrazioni dell’estinzione di Elvia Wilk. È un saggio in cui Wilk fa una disamina delle narrazioni speculative che possono aiutarci a capire i tempi che stiamo vivendo, quindi si parla molto di cambiamento climatico, fine dei tempi, apocalisse, tutto quanto. E a un certo punto… ora non me lo ricordo benissimo, ma l’ho rielaborato in questo modo. Il cambiamento climatico, che è presente in questo libro e che alcuni pensatori hanno descritto come un iperoggetto, cioè qualcosa di diffuso, in cui siamo immersi, ma inafferrabile, non fotografabile, ecco, lei con un salto logico lo collega a Anne Carson, una poeta e classicista che parla dell’eros come di una forza quasi aliena ed estranea, che ti piega a una volontà esterna al tuo corpo.
Penso di aver fatto una sintesi tra queste forze, queste potenze che sono inafferrabili e indescrivibili, che non sono condensabili in un oggetto, in un gesto, e però in qualche modo regolano le nostre vite.
Giulia: Hai menzionato l’amica di di Viola che resta fuori dalla radura. All’inizio sono molto vicine, ma mentre Viola scopre la radura e sé stessa, si allontanano, Anna ha un percorso molto diverso. Mi sembra che l’amicizia femminile sia ancora raccontata poco, e ci sarebbero delle cose estremamente interessanti da raccontare, soprattutto in quell’età, il momento in cui ognuno prende la sua strada: qui lo vediamo portato all’estremo, in una situazione quasi paradossale, però queste due amiche a un certo punto non comunicano più.
Che valore ha in questa storia l’amicizia femminile? Mi sembra che il rapporto chiave per Viola fosse quello con Anna, che sembra rappresentare uno specchio in cui riconoscersi, in cui però a un certo punto non ci si riconosce più.
Alessandra: Per me era impensabile scrivere un libro su quell’età senza che ci fossero delle amiche, delle amiche strette. Cioè, poteva non esserci un gruppo, un amore, poteva non esserci la famiglia, anche perché ho volutamente deciso che i genitori e gli adulti in generale non comparissero tanto, ma un’amica stretta doveva esserci.
Giulia: Anche questa scelta di non mettere gli adulti è interessante.
Alessandra: Raccontando un’estate di quell’età, tra l’altro in un posto così piccolo, quindi dove le strade sono sempre quelle, i posti sempre quelli, i ritmi sempre quelli, gli adulti possono tranquillamente scomparire a un certo punto, e quasi mi serviva che scomparissero perché Viola gestisse da sé le faccende che doveva sbrigare con chi le fa da spalla, cioè questa amica, Anna, e questo posto, la radura, che scopre proprio nel momento in cui il controllo e il ritmo definiti dagli adulti si allentano perché inizia l’estate e quindi lei ha il tempo e lo spazio di scoprire.
Spero di aver reso un aspetto per me importante nel rapporto tra le due amiche, e cioè che iniziano a prendere strade molto diverse, iniziano proprio a vedere cose diverse (Viola vede un posto che per Anna a tutti gli effetti non esiste), ma l’amica comunque è disposta a seguirla, stare lì fino alla fine, vuole mettersi nei panni di Viola e vedere dove la sta portando. Solo che forse semplicemente non è il momento per lei, oppure non è la sua indole, non è la sua natura. Nonostante venga meno il rispecchiarsi l’amicizia comunque rimane qualcosa di forte, anche in questo caso tattile, che in una certa misura le tiene unite fino alla fine. Nel momento in cui quello che ti dico a parole non ha forse più senso, perché tu stai pensando a qualcosa di completamente diverso, il fatto che siamo state vicine ci fa conservare un rapporto, un legame che passa per canali diversi: non è più necessariamente quello del capirsi e del vedere le cose nello stesso modo.
Sono d’accordo con te che l’amicizia femminile è raccontata in modo o iper edulcorato, per cui bisogna essere in simbiosi costante, o anche molto molto oscuro. E chiaramente ci sono entrambe le cose come in ogni rapporto molto stretto.
Ludovica: Non ne abbiamo ancora parlato, ma Viola soffre per la scomparsa di sua sorella. Dato che il libro si apre con una citazione di Emily Dickinson, mi è venuta un’associazione col noto verso «la speranza è una cosa con le piume», e ho pensato: ma il lutto è una cosa con le foglie? Più seriamente, questo romanzo parla di lutto?
Alessandra: Nelle prime versioni era molto più sul lutto e la radura era un elemento più marginale, era l’angolino dove andare a sentirsi in contatto con i propri sentimenti. Poi però è da lì che mi è venuta l’idea di trasformarla in quella che è adesso, perché effettivamente è il posto dove lei riesce a entrare più in contatto con quello che prova.
Questo paese che non parla, nasconde, interra e infossa, ha accentuato anche il carattere dei genitori tutti concentrati su una dimensione pratica, che lei avendo 13 anni non ha. Per affrontare il lutto allora o lo cancella completamente o va di fantasie esagerate, e il fatto che la radura sia un posto che esce dai confini della vita abituale e la mette a contatto con qualcosa di forte e diverso è anche uno spingerla… è rassicurante all’inizio, anche perché lì lei ci sente sua sorella e quindi c’è una dimensione di affetto e di calore (calore in senso buono) completamente diversa rispetto al resto del paese. Il lutto è forse una di quelle potenze che, come il cambiamento climatico e l’eros e il divino, sono molto più grandi di noi e inafferrabili, e però chiaramente governano le nostre vite, e quindi nella radura c’è molto anche quello.
Giulia: Senza dire come va a finire, il finale era così fin dalla prima versione?
Alessandra: No, non era così. È diventato più ambiguo, ma che dovesse essere un finale-non-finale l’ho sempre saputo.
Alessandra Castellazzi è traduttrice e editor. Ha tradotto, tra gli altri, Maggie Nelson, Mark O'Connell, Lidia Yuknavitch e Olivia Laing. È stata caporedattrice del Tascabile di Treccani. Dal 2022 è editor della collana Not di NERO Editions.
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