﻿<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0" xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:googleplay="http://www.google.com/schemas/play-podcasts/1.0"><channel><title><![CDATA[Materno, lotta di classe, riflessioni e azioni collettive.]]></title><description><![CDATA[Riflessioni di classe e rivoluzioni]]></description><link>https://francescabubba.substack.com</link><image><url>https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!143X!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Ffrancescabubba.substack.com%2Fimg%2Fsubstack.png</url><title>Materno, lotta di classe, riflessioni e azioni collettive.</title><link>https://francescabubba.substack.com</link></image><generator>Substack</generator><lastBuildDate>Sun, 21 Jun 2026 04:48:39 GMT</lastBuildDate><atom:link href="https://francescabubba.substack.com/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><copyright><![CDATA[Francesca Bubba]]></copyright><language><![CDATA[it]]></language><webMaster><![CDATA[francescabubba@substack.com]]></webMaster><itunes:owner><itunes:email><![CDATA[francescabubba@substack.com]]></itunes:email><itunes:name><![CDATA[Francesca Bubba]]></itunes:name></itunes:owner><itunes:author><![CDATA[Francesca Bubba]]></itunes:author><googleplay:owner><![CDATA[francescabubba@substack.com]]></googleplay:owner><googleplay:email><![CDATA[francescabubba@substack.com]]></googleplay:email><googleplay:author><![CDATA[Francesca Bubba]]></googleplay:author><itunes:block><![CDATA[Yes]]></itunes:block><item><title><![CDATA[Niente schermi prima dei 14 anni]]></title><description><![CDATA[La scelta che ho fatto per i miei figli e la nuova divisione di classe]]></description><link>https://francescabubba.substack.com/p/niente-schermi-prima-dei-14-anni</link><guid isPermaLink="false">https://francescabubba.substack.com/p/niente-schermi-prima-dei-14-anni</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Bubba]]></dc:creator><pubDate>Mon, 25 May 2026 05:02:19 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p></p><p>Ci sono due spiagge nella stessa citt&#224;.</p><p>In una c&#8217;&#232; un bambino di sette anni che arriva e, vedendo l&#8217;acqua e la sabbia, riconosce il paradiso. Corre, urla, scava, si rotola, immagina castelli, si sporca, disturba, squarcia la quiete con la tipica gioia sguaiata dei bambini. L&#8217;habitat naturale della sua infanzia &#232; ancora intatto. Sull&#8217;altra spiaggia, pochi metri pi&#249; in l&#224;, c&#8217;&#232; un bambino della stessa et&#224; che arriva, estrae dalla borsa un tablet, si siede sull&#8217;asciugamano e rimane l&#236;, immobile, per due ore. Quando la madre gli dice di andare a giocare lui non risponde, non si muove. Non riconosce l&#8217;acqua come appartenente al suo universo di piacere. Il mare &#232; diventato lento, noioso, incompetente a sollecitare l&#8217;attenzione che lo schermo riesce a catturare, spegnendo il resto, invalidandolo.</p><p>La citt&#224; &#232; la stessa, il tempo &#232; lo stesso, ma queste scene sono teatro di due mondi molto diversi. E quella differenza, quella frattura microscopica che vediamo fra un bambino e l&#8217;altro su quel bagnasciuga, &#232; la rappresentazione plastica della prossima divisione di classe: i bambini cresciuti con gli schermi, e i bambini cresciuti senza schermi. </p><p>Qualche tempo fa ho sentito l&#8217;attrice Cristiana Capotondi raccontare di non permettere a sua figlia di utilizzare gli schermi. Anche sulla fruizione dei cartoni animati, raccontava, ha applicato una stretta decisiva: sua figlia guarda solo quelli della Disney che guardavamo noi, senza i montaggi veloci che caratterizzano i cartoni animati di oggi.</p><p>Ascoltando ci&#242; che diceva ed il modo in cui lo diceva, mi sono chiesta se non fosse una scelta di classe, oltre che di consapevolezza. E poi mi sono risposta da sola: &#232; una scelta di classe, proprio perch&#233; consapevole.</p><p><strong>L&#8217;indizio che viene dalla Silicon Valley</strong></p><p>Non &#232; una novit&#224; che le divisioni di classe si acuiscono anche attraverso l&#8217;accesso all&#8217;educazione. Lo sappiamo da sempre: il denaro acquista scuole migliori, corsi privati, insegnanti di ripetizioni o di pianoforte, cibo pi&#249; sano dunque salute migliore. Ma si sta creando una divisione dai connotati ben pi&#249; subdoli, perch&#233; non la vediamo nei risultati degli esami, nella casa in cui viviamo e nemmeno nella qualit&#224; degli abiti che mettiamo addosso, perch&#233; si articola dentro al cervello.</p><p>&#200; quella che sta creando due tipi di essere umano.</p><p>&#200; la divisione tra chi ha genitori che possono permettersi di proteggere i figli dagli schermi, e chi no. </p><p>I miliardari della Silicon Valley lo sanno benissimo.</p><p>Zuckerberg, che difende la sicurezza dei suoi social network in tribunale, davanti a giudici e congressi, poi torna a casa e dice alle sue figlie di non usarli, di usare libri, carta, giochi fisici, di correre appresso alla palla, di immergersi nel mondo reale.</p><p>Steve Jobs ha raccontato al New York Times che i suoi figli non hanno mai usato l&#8217;iPad da lui creato. Bill Gates non ha dato lo smartphone ai suoi figli prima dei 14 anni. Peter Thiel ha rivelato, in un talk nel 2024, di limitare i suoi due figli a 1,5 ore di schermo a settimana. Nel frattempo, il 75% dei genitori della Waldorf School of the Peninsula, la scuola no-screen pi&#249; ricercata della Silicon Valley, lavora nel settore tech. Tutti la stessa scelta: vietare i dispositivi elettronici, proteggere il vantaggio neurobiologico dei loro eredi.</p><p> <strong>I ricchi sanno che quando i loro figli cresceranno avranno un vantaggio rispetto a quelli cresciuti davanti ai device e che quel vantaggio si tradurr&#224; in potere, sempre.</strong></p><p>La storia si ripete, ci sono figli sacrificabili e figli da proteggere. Quelli sacrificabili, qua, sono i nostri.</p><p>Quelli che costruiscono gli schermi sanno perfettamente cosa fanno quegli schermi ai cervelli dei bambini. Sean Parker, il primo presidente di Facebook, ha detto pubblicamente: &#8220;Solo Dio sa cosa fanno i social network sul cervello dei nostri figli&#8221;. Dio e pure voi, aggiungo io.</p><p><strong>Quello che la scienza sa, e che pure i ricchi sanno.</strong></p><p>Quando un bambino guarda uno schermo, il suo cervello rilascia dopamina, la molecola che dice &#8220;ancora, di nuovo, ne voglio di pi&#249;&#8221;. Il problema &#232; che il cervello di un bambino non ha ancora costruito le strutture prefrontali che dicono &#8220;basta&#8221;. Sotto i dodici anni, quei sistemi biologici non esistono, i bambini sono come case senza muri, completamente aperte, completamente vulnerabili a quella cascata chimica.</p><p>Cos&#236; il bambino scopre una cosa semplice e terribile: schiacciare un bottone produce piacere istantaneo, e inizia a cercarlo ogni volta che prova un disagio, cos&#236; la noia diventa insopportabile e la frustrazione diventa insostenibile.</p><p>Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta, lo definisce &#8220;il ciuccio elettronico&#8221;. </p><p>Una volta il bambino imparava a regolare le emozioni nella relazione con l&#8217;adulto, oggi basta un tablet, non impara pi&#249;, non sviluppa la capacit&#224; di abitare il proprio disagio e di capire che si pu&#242; attraversare, impara a sedarsi. Come far&#224; da adulto, cosa cercher&#224; per sedarsi, quando lo schermo non baster&#224; pi&#249;?</p><p>Ho ascoltato pochi giorni fa Irvine Welsh, il creatore di Trainspotting, parlare del fatto che se scrivesse oggi la sua pi&#249; celebre opera, la protagonista non sarebbe l&#8217;eroina, ma gli smartphone.</p><p>Uno studio francese del 2025 su cinquemila alunni dimostra che chi passa pi&#249; di due ore al giorno davanti agli schermi ottiene in media 2,3 punti in meno nelle valutazioni di francese. Ma come? Internet agli adolescenti non serviva a contrastare la povert&#224; educativa? I nostri genitori, quando io e mia sorella studiavamo usando l&#8217;enciclopedia Encarta su cd, ne erano certi. E, forse, ai tempi era persino vero.</p><p>Pellai contrappone la &#8220;felicit&#224; dopaminergica&#8221; (quella dei like, delle notifiche, dello scroll infinito) alla &#8220;felicit&#224; ossitocinica&#8221; (quella che viene dai legami umani e dalla relazione vera.) La prima arriva subito, potente e pervasiva. La seconda &#232; lenta e meno esplosiva, ma &#232; quella che costruisce esseri umani che sanno stare nel mondo insieme agli altri.</p><p>Un&#8217;altra ricerca che mi ha aperto gli occhi &#232; quella documentata da Jean Twenge in &#8220;Iperconnessi&#8221;. La generazione iGen, cresciuta con lo smartphone in mano dalla nascita, &#232; la pi&#249; ansiosa, depressa, sola e autolesionista della storia. Abbiamo normalizzato ragazzi di tredici anni con comportamenti di bambini di otto, completamente immaturi nella capacit&#224; di affrontare la realt&#224;, di gestire i conflitti, di stare nel disagio senza crollare. E questo comportamento accomuna anche molti ventenni, pure qualcuno di noi nati a met&#224; degli anni novanta.</p><p>Proprio in quegli anni, mentre noi venivamo al mondo, il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti scopriva i neuroni specchio. Si tratta di neuroni che si attivano non solo quando compiamo un&#8217;azione, ma anche quando vediamo qualcun altro compierla, e rappresentano la base biologica dell&#8217;empatia. Quando vediamo qualcuno piangere, i nostri neuroni specchio si attivano e sentiamo il dolore come se fosse nostro. &#200; cos&#236; che i bambini imparano a essere umani, attraverso il rispecchiamento costante dell&#8217;adulto.</p><p>Ecco, quando un bambino guarda uno schermo questo meccanismo si inceppa. Gli scienziati hanno confrontato l&#8217;attivazione dei neuroni specchio davanti a una persona reale e davanti alla stessa azione riprodotta su uno schermo: davanti alla persona reale il cervello si sincronizza totalmente, davanti allo schermo si verifica solo una frazione di quella sincronizzazione. &#200; come sentire una canzone da lontano, attraverso una porta chiusa, invece che dal vivo.</p><p>E questo avviene anche nel magico mondo degli adulti, capaci di scrivere le peggiori nefandezze sui social, barbaramente privi, ormai, della capacit&#224; di immedesimazione. Barbaramente e a volte pure fieramente incapaci di provare empatia.</p><p>Ma almeno, noi, tutto questo lo abbiamo scelto, almeno in parte.</p><p>I bambini no, loro lo subiscono. Quelli che hanno accesso agli schermi in et&#224; precoce crescono meno capaci di leggere le emozioni proprie e altrui, di capire le intenzioni, di entrare in relazione profonda, di disporre della propriocezione che avrebbero se vivessero lontani dagli schermi. Ed &#232; un danno reale, drammaticamente tangibile.</p><p><strong>La divisione invisibile che &#232; gi&#224; qui</strong></p><p>Poi ci siamo noi, che non viviamo nella Silicon Valley, che conduciamo vite normali, facciamo sedere i nostri figli davanti a uno schermo perch&#233; abbiamo bisogno di venti minuti di pace mentre laviamo i piatti.</p><p>Io questo lo comprendo, &#232; una risposta razionale a un&#8217;irrazionalit&#224; sistemica. Ma quella scelta, che &#232; una scelta di sopravvivenza, diventa il luogo in cui la disuguaglianza si radica dentro il corpo dei nostri figli, che abbiamo il dovere di proteggere.</p><p>Vi ricordate di quando Salvini spopulistava sui migranti nei Cpr al becero suon di &#8220;altro che miseria, hanno addirittura i cellulari!&#8221; Ecco, ai tempi certi dispositivi elettronici erano considerati beni di lusso, e i neo genitori millennial raccontavano con una punta di orgoglio del figlioletto che &#8220;gi&#224; sa digitare sul tablet&#8221;, come se fosse una specie di talento. Oggi, invece, i ricchi considerano i dispositivi elettronici una minaccia al neurosviluppo dei loro figli, qualcosa da cui proteggersi pagando decine di migliaia di dollari per scuole senza schermi.</p><p>La stessa cosa che vendevano come educazione moderna ai figli del ceto medio &#232; diventata un veleno da cui distaccarsi appena hai i soldi per farlo.</p><p>Pensate alla brutalit&#224;, ma anche la banalit&#224;, della strategia: prima convinci il mondo che il tablet &#232; il futuro, che non stare al passo con la tecnologia significa stare indietro. Poi, quando quel mondo &#232; avvolto dai danni, quando le generazioni sono cresciute davanti agli schermi, allora tu, dalla tua scuola privata senza schermi, molto lontana da noi altri che abbiamo bevuto con riconoscenza il veleno che ci hai messo in bocca come fosse champagne, proteggi la ricchezza biologica dei tuoi figli.</p><p>&#200; il classico movimento del potere che crea e normalizza il danno per la maggioranza e protegge il privilegio per l&#8217;&#233;lite. E lo fanno cos&#236; subdolamente che nessuno se ne accorge. O se se ne accorge, non ha gli strumenti per cambiare strada.</p><p><strong>Pellai parla di &#8220;mutazione antropologica&#8221;. </strong>Due tipi di esseri umani stanno nascendo in parallelo: quelli il cui cervello si &#232; sviluppato davanti a schermi, e quelli il cui cervello si &#232; sviluppato in presenza di altri cervelli. La divisione tra loro sar&#224; una questione di come il loro cervello sa stare nel mondo reale, di come sa pensare, di come sa costruire, di come sa decodificare le emozioni dell&#8217;altro, di come sa.</p><p>Come &#232; possibile che sappiamo quello che sappiamo, che abbiamo le ricerche, gli esperti che lo gridano (come non citare il lavoro di professionisti come Serena Mazzini, Alberto Pellai, giustappunto, Pediatra Carla, Francesca Barra) e continuiamo comunque a consegnare gli schermi ai bambini, o forse sarebbe meglio dire che spesso consegnamo i bambini agli schermi? La risposta &#232; semplice: non ci crediamo abbastanza, ancora.</p><p><strong>La domanda che resta</strong></p><p>La domanda vera non &#232; &#8220;dai gli schermi o non dai gli schermi ai tuoi figli&#8221;. La domanda &#232;: in una societ&#224; giusta, sarebbe una domanda? In una societ&#224; dove il tempo dei genitori non &#232; mercificato, dove il lavoro non richiede di sacrificare la presenza e dove la scuola protegge davvero lo sviluppo cerebrale, ognuno avrebbe la libert&#224; di scegliere per saggezza e non per sopravvivenza.</p><p>Non viviamo in una societ&#224; sempre giusta, dunque ancora una volta crearci da soli gli strumenti per contrastare l&#8217;ennesima divisione (che ci colloca in basso, ovviamente) che ci viene propinata. </p><p><strong>Cos&#236; sono arrivata alla decisione di vietare ai miei figli i device fino ai 14 anni d&#8217;et&#224;.</strong></p><p>Non sono n&#233; ricca n&#233; particolarmente illuminata, ma ho ascoltato ci&#242; che la scienza sa e scelgo di farmelo bastare, ho capito che questa &#232; anche una scelta politica importante, in grado di rifiutare la divisione di classe che ci viene imposta.</p><p>Scrivo questo testo per dirvi che non siete soli se avete il timore che sia tardi, se avete la sensazione che i vostri figli stiano crescendo troppo velocemente, in un mondo troppo rumoroso, perdendo qualcosa di vitale per essere umani. Quella sensazione &#232; una porzione di verit&#224; che forse ci viene ancora naturale. Forse &#232; la saggezza che riconosce di cosa i bambini hanno davvero bisogno: tempo, relazione, spazi per annoiarsi, luoghi per nutrire la curiosit&#224; e scoprire. Hanno bisogno di settare i loro livelli ormonali sulle persone e sul mondo reale, non su universi che non esistono che alzeranno la loro asticella sempre pi&#249; in alto finch&#232; tutto ci&#242; che &#232; reale non sar&#224; degno di attenzione.</p><p>I bambini che non vengono protetti dagli schermi in et&#224; precoce non riusciranno a concentrarsi con facilit&#224; su qualcosa che dura pi&#249; dei 15 secondi dei reel (che attenzione eh, devono essere interessanti ed accattivanti gi&#224; nei primi 3 secondi, altrimenti scrolliamo oltre!) La letteratura scientifica, su questo, &#232; chiara.</p><p>Le passeggiate in montagna o al mare non avranno il potere di rilassare, le chiacchere con un amico non avranno il potere di divertire, l&#8217;abbraccio della madre non avr&#224; il potere di disinnescare, il ricordo dei nonni non avr&#224; pi&#249; il potere di commuovere. Sar&#224; tutto semplicemente &#8220;troppo poco&#8221;, troppo sotto gli standard dopaminici a cui gli schermi li hanno abituati. Non possiamo stare a guardare mentre tutto questo accade, e sta gi&#224; accadendo. Ma, lo dico sempre e ho fede nel fatto che valga sempre: non siamo spacciati.</p><p>Per&#242; limitare l&#8217;uso non basta, io oggi sono convinta che la soluzione debba essere drastica, e lo scrivo certa del fatto che i pi&#249; non saranno d&#8217;accordo. Non ho mai scritto per raccattare consensi o applausi, scrivo per provare a contrastare ci&#242; che non ritengo giusto e per fare qualcosa di buono.</p><p>La divisione di classe che impera non &#232; ancora irreversibile, lo diventer&#224; quando il cervello dei bambini si sar&#224; sviluppato completamente. I ricchi lo sanno, oggi lo sappiamo pure noi.</p><p>Forse, per&#242;, &#232; necessario partire mettendo in discussione il nostro utilizzo dei device. Oggi il mio tempo con il cellulare in mano &#232; ridotto all&#8217;osso ed &#232; prevalentemente volto a scattare foto o gestire il mio portale online di mutualismo per genitori. Stop. Anche le comunicazioni con i miei familiari o amici lontani hanno sub&#236;to un cambiamento: i messaggi whatsapp e i vocali spalmati per tutto il corso della giornata sono stati sostituiti dal momento &#8220;appuntamento&#8221; in chiamata o videochiamata.</p><p>Quando ancora mi capita di vedere reel di influencer che mostrano che appena entrano in casa il loro cagnolino fa le feste mentre loro esclamano &#8220;ma non mi vedi da appena un paio d&#8217;ore!&#8221; io non riesco a non pensare che prima di quella scena il cagnolino le ha viste entrare per sistemare la camera e premere play. Non ti vede da un paio di secondi, al massimo. Per non parlare degli infiniti trend replicati senz&#8217;anima, o di sti poveri figli che hanno genitori che riprendono ogni colazione, ogni volta in cui li pettinano, ogni bacio, ogni libro letto insieme,  ogni gita, che vivono al Grande fratello ma con la differenza che in casa loro le telecamere sono pure in bagno.</p><p>La mia sospensione dell&#8217;incredulit&#224; ormai fa molta, molta fatica sui contenuti social.</p><p>Oggi mi viene naturale farne un uso pi&#249; che minimo e non mi manca, ma ci ho lavorato.</p><p>Ho allattato al seno Mattia Levi, il mio primo figlio, per due anni. Durante molte delle poppate stavo al cellulare, ho iniziato proprio in quel periodo a creare i primi caroselli per la mia all&#8217;epoca neonata pagina instagram. Ricordo che allattavo e con una mano impaginavo precariamente i miei pensieri su Canva, dal cellulare. Qualche tempo dopo ho letto una ricerca che parlava del fatto che quest&#8217;azione probabilmente non era il massimo per la relazione materno infantile e mi sono molto arrabbiata, mi sembrava l&#8217;ennesima colpevolizzazione delle madri. Non avevo mezzo minuto libero al giorno, almeno durante l&#8217;allattamento era mio diritto stare un po&#8217; al cellulare, no? Ecco, oggi ho cambiato idea.</p><p>Sono passati cinque anni, ora sto allattando il mio secondo figlio, Romeo Sole, e quando era piccolissimo ho notato qualcosa di sconvolgente: quando prendevo il cellulare lui se ne accorgeva. A volte si innervosiva, a volte si distraeva dalla poppata, a volte manifestava segni di stress, comunque lo notava, tutte le volte. E allora ho smesso di farlo, dopo pochissimi mesi dalla sua nascita.  Recalcati scrive nel suo &#8220;le mani della madre&#8221; della madre che durante l&#8217;allattamento si accorge della crescita delle ciglia del suo bimbo. Mi dispiace non avere memoria della crescita delle piccole ciglia di Mattia Levi, quei momenti non torneranno mai pi&#249;, me ne pento ma non mi tratto con colpa: non lo sapevo, non lo sapevamo, e il mondo ci costringe alla performance cos&#236; tanto da non permetterci di poterci fermare a guardare le ciglia dei nostri neonati mentre li allattiamo. Non &#232; colpa nostra e non lo sapevamo.</p><p>Per&#242; oggi lo sappiamo.</p><p>Oggi sappiamo che un bambino che cresce senza schermi fino ai quattordici anni avr&#224; una ricchezza biologica che nessuno potr&#224; togliergli. I bambini che passeranno questi anni protetti dalla dopamina istantanea, che svilupperanno i loro neuroni specchio e che potranno godere di una passeggiata in mezzo alla natura osservando il mondo con curiosit&#224; e stupendosi dei colori della natura senza essere assuefatti da quelli a saturazione massima degli schermi, che impareranno ad aspettare, a sopportare la frustrazione, a trovare piacere in cose che non arrivano in tre secondi, avranno il mondo nelle loro mani e sapranno cosa farsene pi&#249; di noi. E lo sapranno perch&#233; il loro cervello sar&#224; allenato a fare quello che sa fare meglio: connettersi, comprendere, creare, resistere, costruire.</p><p>Questa &#232; una divisione di classe che possiamo ancora scegliere di non subire, che possiamo ancora rifiutare. Non dobbiamo, per&#242;, farlo individualmente e renderlo l&#8217;ennesimo privilegio. Dobbiamo farlo collettivamente, insieme.</p><p>Noi, che i figli li abbiamo ancora piccoli, dobbiamo costruire un tempo in cui non ci sar&#224; una mamma che compra il cellulare al figlio di 7 anni perch&#233; &#8220;&#232; l&#8217;unico in classe a non averlo&#8221;. Possiamo costruire, pian piano, classi in cui i genitori stringono alleanze, parlano tra loro e si accordano sul non comprare il cellulare a nessuno.  Possiamo farlo, dipende da noi. Prima che la classe di terza elementare si riempia di bambini col cellulare c&#8217;&#232; sempre il primo bambino col cellulare. Ecco, possiamo scegliere di non far partire questa escalation.</p><p><strong>Che succede, invece, se ho oggi un figlio di sette anni e ormai &#232; davvero l&#8217;unico a non avere il cellulare in classe?</strong></p><p>Me lo chiedono spesso, le mamme con cui mi interfaccio ogni giorno.</p><p>Non sar&#224; facile spiegare ad un bambino che questa scelta &#232; per proteggere ci&#242; che ha di pi&#249; prezioso, non sar&#224; facile se &#232; l&#8217;unico della classe. Ma ne vale la pena, vale la pena stringere i denti e attraversare insieme quel disagio iniziale. Possiamo offrire la nostra presenza senza sminuire il suo disagio, possiamo esserci con competenza e sensibilit&#224;, ma senza indietreggiare.</p><p>So che &#232; vero, se tutti hanno accesso agli schermi e mio figlio di sette anni no, sicuramente sar&#224; escluso dal circuito sociale della sua classe.</p><p>Sicuramente, a ricreazione, i suoi compagni parleranno del livello di quel videogioco che lui non conosce, di quel video tik tok che non ha visto, di quel creator su youtube che fa cose che lui non conosce e di altri argomenti inerenti agli schermi.</p><p>Ecco, se i bambini, in momenti di socialit&#224;, sono in grado di parlare solo di temi inerenti gli schermi abbiamo un problema di cui occuparci subito.</p><p>L&#8217;insegnante deve intervenire per due ragioni: la necessit&#224; di riportare le attenzioni di gruppo dei bambini sul piano del reale, guidando in qualche modo la conversazione fuori dal tracciato digitale, e la necessit&#224; di integrare il bambino escluso.</p><p>L&#8217;insegnante ha il dovere di vigilare anche su questo, perch&#233; la scuola forma individui in grado di stare al mondo, e deve assumersi la responsabilit&#224; di far prosperare la fanciullezza, quella vera.</p><p>E noi genitori abbiamo il dovere di proteggere i nostri frutti con tutti gli strumenti di cui disponiamo. Abbiamo la responsabilit&#224; di forgiare nuove generazioni che staranno meglio di noi, che faranno meglio di noi. Se lo meritano.</p><p>Abbiamo tempo, ancora. Anche se non sar&#224; facile, abbiamo ancora tempo.</p><p>Dopo, forse, sar&#224; troppo tardi.</p><p></p><p><strong>Prima di salutarci.</strong></p><blockquote><p>Se vuoi, puoi sostenere il mio lavoro offrendomi un caff&#232; virtuale. Sia chiaro, solo se vuoi e puoi permettertelo. Nessuno sar&#224; mai escluso dai miei contenuti, perch&#233; questo spazio rester&#224; aperto e gratuito per sempre.</p></blockquote><h4><strong><a href="https://buymeacoffee.com/francescabubba">Offrimi un caff&#232; virtuale qui</a><br><br><br><br></strong></h4><p>Spero di scrivere presto, insieme, nuove pagine di riflessione.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Dare la vita]]></title><description><![CDATA["Mia mamma ha tentato di uccidermi quando avevo solo due mesi" la straziante storia di Sonia Molduzzi e altre vittime di depressione post partum]]></description><link>https://francescabubba.substack.com/p/dare-la-vita</link><guid isPermaLink="false">https://francescabubba.substack.com/p/dare-la-vita</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Bubba]]></dc:creator><pubDate>Thu, 23 Apr 2026 05:32:50 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!M4OQ!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fa6679d68-23e0-4453-b3c3-2709ac1a50e7_938x665.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>&#8810;Mia mamma ha avuto una gravidanza difficile, tanto che ha deciso di tornare a vivere dai miei nonni, i suoi genitori, per gli ultimi mesi della gravidanza e per i primi mesi post parto. Verso la fine della gravidanza manifestava con insistenza preoccupazioni circa il mio futuro, ma nessuno immaginava che fosse un presagio. Un giorno di maggio, due mesi circa dopo la mia nascita, mia nonna sente un silenzio strano in casa. Anomalo, avendo una neonata. Quando va a controllare nella stanza in cui c&#8217;eravamo io e mia mamma, trova lei con le mani attorno al mio collo, in lacrime. Appena mia mamma vede mia nonna, le dice che uccidermi avrebbe risolto tutti i problemi. Non dice altro, non molla la presa.</strong></em></p><p><em><strong>Mia nonna mi strappa con forza dalle sue mani e chiama mio babbo al lavoro che corre a casa.</strong></em></p><p><em><strong>Quello che accade dopo &#232; un calvario, per mia mamma. Stiamo parlando di molti anni fa, non credo si parlasse ancora di depressione post parto, e anche se qualcuno ne parlava, di certo era una mosca bianca. Tanto che mia mamma viene ricoverata in psichiatria e nei due anni successivi le vengono fatti 2 elettroshock. Viene imbottita di farmaci, tanto che nei suoi rientri a casa quasi fatica ad occuparsi delle cose pi&#249; semplici. La sua vita, la nostra vita, va avanti cos&#236; per 6 anni. Anni in cui mia nonna fa diverse volte le valigie a mio babbo dicendogli di prendere me e rifarsi una vita. Mio babbo rimane l&#236; e fa di tutto per cercare qualcuno che pu&#242; aiutare mia mamma. Finalmente lo trova. Trova una clinica a Modena (scusami, non ho specificato, io sono di Forl&#236;) dove c&#8217;&#232; uno psichiatra che parla di depressione post parto e cura le madri con questo disturbo.</strong></em></p><p><em><strong>Fino a quel momento, mia mamma era stata additata da tutti, professionisti sanitari compresi, come una pazza. Ha vissuto mesi legata a un letto in una clinica nata apposta per le madri assassine.</strong></em></p><p><em><strong>Mio babbo la fa trasferire a Modena, dal Dott. Forghieri. Per lui &#232; l&#8217;ultima spiaggia.</strong></em></p><p><em><strong>Dopo qualche mese (non so quanti, non lo ricordo) mio babbo viene chiamato mentre &#232; al lavoro, deve correre in clinica. Si aspettava una brutta notizia, invece trova mia mamma seduta su una panchina, al sole, nel cortile esterno della struttura, che guarda i fiori.</strong></em></p><p><em><strong>Appena lo vede, gli chiede dove sono io, perch&#233; non andiamo tutti insieme al parco, che &#232; una bella giornata. Quello &#232; l&#8217;inizio della sua guarigione. Viene dimessa dopo un po&#8217; di tempo, ovviamente con le sue terapie, e piano piano torna a fare una vita &#8220;normale&#8221;. Dopo tanti anni, mi sono spiegata per quale motivo io abbia ricordi di lei solo dalle scuole elementari in poi.&#8811;</strong></em></p><p>Questo, ormai vi sar&#224; chiaro, non &#232; un testo sulla tragedia avvenuta poche ore fa a Catanzaro, la citt&#224; in cui sono nata e in cui stanotte sono morte tre persone. In queste ore ho letto di tutto: dai post di chi si lancia in orride offese alla madre artefice e vittima della tragedia che &#232; entrata nella carne viva di un Paese la cui stampa ancora timidamente scrive &#8220;pare soffrisse di una LIEVE depressione post parto&#8221;, ad un carosello (virale) fatto con AI da una professionista sanitaria con la scritta &#8220;siamo tutte Anna, condividi questo post nelle tue storie se sei d&#8217;accordo&#8221; a vari commenti che si lanciano in deprecabili colpevolizzazioni del padre che chiss&#224; quanto poco aiutava in casa. Un padre che oggi piange una moglie, due figli e forse pure la terza e di cui non sappiamo nulla, se non che oggi &#232; il giorno pi&#249; terribile della sua esistenza disgraziata. I social, lo scrivevo poche ore fa, ci hanno abituati a sapere tutto, ma a non conoscere niente, e nessuno, soprattutto.</p><p>Scrolliamo e sappiamo come si preparano a burger di tofu, quattordici secondi dopo sappiamo quale colore indossare per sembrare donne old money, otto secondi dopo stiamo guardando un gattino che rotola e tre secondi dopo la figlia di qualcuno, di un anno, che muove i primi passi. Scrolliamo e sappiamo tutto.</p><p>Ma poi posiamo il cellulare e di cosa erano fatti i burger? Di tofu o di zucchine? E quanta farina ci dovevo mettere? Non ricordiamo nulla della ricetta. Posiamo il cellulare e ci ricordiamo che non arriviamo a fine mese, e nessun colore old money potr&#224; coprire il tessuto da ceto medio dei nostri indumenti usati o presi all&#8217;outlet. Posiamo il cellulare e ci rendiamo conto che quel gatto era AI e realizziamo che sappiamo troppo di quella bambina che ha mosso i primi passi sul reel della madre che non conosciamo, non &#232; una nostra amica. Quella bimba &#232; solo la figlia di qualcuno, per noi, eppure sappiamo che occhi aveva quando ha imparato a camminare.</p><p>Come avrei potuto, in un luogo deputato a questo scrolling asfittico, raccontarvi della dolorosissima storia di Sonia Molduzzi? Come si fa a parlare di un tema cos&#236; serio in un luogo che, ormai possiamo dircelo, &#232; cos&#236; spaventoso? In un luogo che inibisce la funzione dei neuroni specchio e che in questi anni ci ha resi vittime o artefici di dolori nefasti, e ci rende sempre meno capaci di esercitare ci&#242; che ci tiene in piedi, come societ&#224;: l&#8217;empatia. Non si fa, ed infatti si cade.</p><p>Si cade, o ci si lancia. A volte dal terzo piano, a volte da un cavalcavia. Non siamo pi&#249; agli orribili tempi in cui esistevano le cliniche per le madri assassine in cui chiss&#224; quanta paura ha provato la mamma di Sonia. Io l&#8217;ho vista la foto della madre di Sonia, e quella faccia, quegli occhi, mi hanno parlato per ore.</p><p>Ci siamo mossi in una direzione diversa, oggi, ma non sufficientemente in alto da tenere le madri ancorate, salde sui balconi.</p><p>Parlare di depressione post partum significa inoltrarsi in una terra di confine, dove la retorica della maternit&#224; naturale si scontra con l&#8217;esperienza cruda di un numero enorme di donne. &#200; un territorio che la narrazione pubblica continua a edulcorare, a semplificare, a ridurre a parentesi fisiologica, quando invece per alcune diventa un abisso. Ed &#232; in quell&#8217;abisso, che alcune madri si lanciano.</p><p>Le testimonianze raccolte, di cui vi lascio qualche screen a fine testo, compongono un coro doloroso che racconta di corpi svuotati e menti assediate da pensieri intrusivi, da una disperazione che non ha nome e che &#8220;come faccio a capire fin dove &#232; normale e quando invece non lo &#232;?&#8221; e che proprio per questo fa ancora pi&#249; paura.</p><p>Avrei voluto pubblicarle tutte, forse un giorno ci riuscir&#242;.</p><p>Se siete in una condizione di particolare fragilit&#224;, forse &#232; meglio proteggervi e non leggerle. Vi basti pensare che non siete sole, che non siete le sole, non lo siete state mai. E che non siete spacciate, non lo siete state mai. Dalla depressione post parto si guarisce. Dalla depressione post parto si pu&#242; risalire e, insieme, rifiorire.</p><p>Di fronte a tragedie come quella di Catanzaro, la tentazione &#232; quella di rifugiarsi nell&#8217;eccezionalit&#224;. Di affermare: &#232; stato un gesto estremo, imprevedibile, quella donna era pazza. Quelle donne sono pazze. Queste donne sono pazze. Ma &#232; una scorciatoia, una difesa. Perch&#233; riconoscere che questi eventi affondano le radici in una responsabilit&#224; collettiva significherebbe interrogarsi davvero. E allora l&#236; non avremmo scelta, ci toccherebbe cambiare per davvero. E che fatica, cambiare, per una societ&#224; inerziale come la nostra. Siamo tutti cos&#236; conservatori, altro che.</p><p>Qualcuno sui social o sui giornali se lo chiede: dov&#8217;erano le istituzioni? Dov&#8217;erano i presidi territoriali, i consultori, i servizi di salute mentale? Dov&#8217;era la rete capace di prevenire, di accompagnare? Dov&#8217;erano le amiche, le vicine, il villaggio?</p><p>La verit&#224;, scomoda e ostinata, &#232; che troppo spesso le strutture sono assenti, nascoste, fragili, sottofinanziate, disarticolate, inaccessibili. Esistono sulla carta, ma non nella vita concreta delle persone.</p><p>Ed il villaggio, invece, non riesce ad intercettare dolori di questo tipo perch&#233; la sofferenza &#232; insita nella maternit&#224;, no? Pure le nostre mamme soffrivano, pure le nostre nonne, e cos&#236; sia. Amen.</p><p>Oppure, il villaggio lo abbiamo zittito noi, a suon di &#8220;fatti i fatti tuoi che campi cento anni&#8221; ed invece moriamo prima e peggio.</p><p>E allora il peso ricade interamente sulle spalle delle singole donne, sulla loro capacit&#224; di resistere, di chiedere aiuto, di farsi ascoltare in un contesto che troppo spesso minimizza o patologizza senza comprendere. O sulla fortuna.</p><p>&#200; un paradosso schizofrenico, proprio quando si &#232; pi&#249; vulnerabili, si &#232; chiamate a essere pi&#249; forti. Non chiederemmo mai ad un autista di mettersi alla guida di un autobus dopo un&#8217;operazione chirurgica, anche se quell&#8217;autista guida autobus da trent&#8217;anni. Da noi, invece, dopo un&#8217;ora dal cesareo (&#232; un&#8217;operazione chirurgica, s&#236;) o un parto vaginale avvenuto dopo venti deliranti ore di travaglio si pretende che ci mettiamo alla guida di una nuova, fragilissima vita. Con la destrezza e la disinvoltura di chi lo fa da trentanni.</p><p>Io non mi sono mai riposata dal parto. Dopo il parto avrei fatto una dormita di minimo otto ore, non ci riuscivo per l&#8217;adrenalina e la felicit&#224;. Per&#242; ho partorito un anno fa, e da allora quella dormita di otto ore di fila non l&#8217;ho pi&#249; potuta fare. Nemmeno di sei ore, nemmeno di cinque, nemmeno di quattro. Allatto ancora al seno, e mio figlio si sveglia ogni due ore. Non sogno da un anno perch&#233; non raggiungo mai il sonno profondo. Chiss&#224; dove finiscono i sogni non fatti delle neomadri, chiss&#224; che storie avremmo tessuto, di notte, se avessimo potuto dormire. Forse avremmo sognato, in preda al pensiero magico che non ci apparterrebbe in condizioni normali, i numeri del Win for life e cos&#236; avremmo potuto pagarci un pool di tate. O forse avremmo semplicemente sognato di dormire, come una stanza piena di specchi in cui vedi cento volte te stessa.</p><p>Badate bene comunque, voi che leggete, perch&#233; non si tratta di cercare colpe individuali, n&#233; di ridurre tutto a un&#8217;analisi clinica. Si tratta di riconoscere che la salute mentale materna &#232; una questione politica. Che riguarda l&#8217;organizzazione dei servizi, la formazione degli operatori, il sostegno alle famiglie, le politiche del lavoro, la cultura diffusa. Riguarda, in ultima analisi, il valore che attribuiamo alla cura. Il valore che attribuiamo alle madri. Alle donne, forse.</p><p>Scrivere di tutto questo significa assumersi una responsabilit&#224;: quella di non distogliere lo sguardo. Di restare dentro il dolore senza trasformarlo in spettacolo, senza consumarlo nell&#8217;indignazione effimera. Senza fretta di passare ai gattini, per soffocare il dispiacere che forse siamo ancora capaci di provare. Chiss&#224; se siamo ancora capaci.</p><p>Chiss&#224; se siamo ancora capaci della rabbia e dell&#8217;amore che ci fa scendere in piazza persino per le madri<em> pazze</em>.</p><p>Significa provare a restituire dignit&#224; a chi non c&#8217;&#232; pi&#249; e voce a chi continua a vivere in quella zona d&#8217;ombra.</p><p>Non esistono parole adeguate per raccontare fino in fondo tragedie come queste, ma esiste un dovere: fare in modo che non vengano archiviate come episodi isolati. Come sciagure lontane da noi, da cui ci separa un vuoto siderale.</p><p>Che storie come queste diventino, invece, un punto di rottura, un momento in cui smettiamo di accettare l&#8217;inaccettabile. </p><p>Che storie come queste diventino il momento in cui ci uniamo e iniziamo a pretendere di ottenere che anche per noi, come per il neonato, esista un irrinunciabile appuntamento fisso mensile davvero prioritario e davvero accessibile. Che il tagliando dei 40 giorni post parto per sincerarci che la macchina riproduttiva &#232; a posto non ci &#232; sufficiente. Che la madre si articola tutta intorno alla pancia, non solo al centro, in basso. E che pure la nostra &#232; una nuova, fragile vita di cui prenderci cura.</p><p>La madre di Catanzaro non la conoscevamo, e nemmeno quei bambini innocenti che chiss&#224; quanta paura hanno provato nei loro terribili ultimi attimi di vita. Non sapremo mai nulla delle infinite esistenze possibili che sarebbero potute essere ed invece non saranno mai. Ma sappiamo che ogni volta che una madre si butta o cade, c&#8217;&#232; una comunit&#224; intera che ha fallito nel tenderle la mano.</p><p><em><strong>&#8810;Mia mamma, per&#242;, una vita completamente normale non la far&#224; mai pi&#249;. Ha vissuto sempre tormentata dalla malattia, nei suoi alti e bassi, e con lei tutti noi. La vita negli anni successivi non &#232; stata facile: lei non ha mai ricominciato a lavorare, in pi&#249; non &#232; mai stata in grado di fare la madre. Ti faccio un solo esempio che credo possa far capire questo punto: il giorno in cui mi vennero le prime mestruazioni, lei mi mand&#242; a parlare con la vicina di casa perch&#233; non sapeva che altro fare. Con il senno di poi ho capito che non poteva fare diversamente, che era la malattia a guidare la sua vita e i suoi comportamenti. Ma da adolescente ero arrabbiata. A 18 anni decido di andare via di casa, e un anno dopo mio babbo, che non regge pi&#249; la vita da solo assieme a lei, parte. Va dall&#8217;altra parte del mondo e non torna pi&#249;. Oggi, che sono passati 20 anni da quando mi occupo di lei, &#232; seguita da uno psichiatra privato che per fortuna mi posso permettere di pagare, ma nonostante questo ha periodi in cui viene ricoverata, periodi in cui non si alza dal letto, periodi in cui &#232; arrabbiata con il mondo, e io non so mai come andranno le mie giornate. Ho un lavoro part time perch&#233; lei ha bisogno di me, una psicologa che mi segue perch&#233; &#8220;bisogna curare chi cura&#8221;. Nonostante tutto, mi sento molto fortunata. Prima di tutto, perch&#233; qualcuno mi ha salvato la vita. Il fato ha voluto che quel giorno, in quel preciso momento, mia nonna entrasse in quella stanza. Non tutti sono stati cos&#236; fortunati. Non tutte le madri hanno una famiglia che le aiuta, e aiuta a prevenire le tragedie.Nella mia vita ho incontrato tanti figli di madri depresse. E anche tante madri. E nei loro occhi ho trovato sempre la stessa sofferenza, e lo stesso senso di abbandono. Perch&#233;, ce lo possiamo dire, queste madri sono abbandonate dalla societ&#224;. E sono abbandonate le loro famiglie.</strong></em></p><p><em><strong>Io non ce l&#8217;ho con mia madre perch&#233; mi ha messo le mani al collo o perch&#233; non mi ha voluta. Lei era ed &#232; una persona malata. Era ed &#232; una persona fragile. Da aiutare. Io ce l&#8217;ho con chi queste persone non solo le abbandona, ma fa proprio finta di non vederle, le nasconde. Ce l&#8217;ho con chi minimizza il problema, con chi parla senza sapere. Il tema della depressione post parto &#232; un tema enorme, che esiste molto pi&#249; di quello che pensiamo, e parte dal lasciare sole le madri in un momento cos&#236; delicato della propria vita. E se pensiamo che a noi non possa capitare ci sbagliamo, sbagliamo di grosso.&#8811;</strong></em></p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!cNkC!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8c6d0130-ab9c-462a-b21e-54299d90d7d1_946x1053.jpeg" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!cNkC!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8c6d0130-ab9c-462a-b21e-54299d90d7d1_946x1053.jpeg 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!cNkC!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8c6d0130-ab9c-462a-b21e-54299d90d7d1_946x1053.jpeg 848w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg role="img" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><title></title><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" 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class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg role="img" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><title></title><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" 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Nessuno sar&#224; mai escluso dai miei contenuti, perch&#233; questo spazio rester&#224; aperto e gratuito per sempre.</p></blockquote></blockquote><h4><strong><a href="https://buymeacoffee.com/francescabubba">Offrimi un caff&#232; virtuale qui</a><br><br></strong></h4><p>Spero di scrivere presto, insieme, nuove pagine di riflessione.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Casa di classe]]></title><description><![CDATA[Manuale dell'abitare]]></description><link>https://francescabubba.substack.com/p/casa-di-classe</link><guid isPermaLink="false">https://francescabubba.substack.com/p/casa-di-classe</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Bubba]]></dc:creator><pubDate>Mon, 02 Feb 2026 08:33:31 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p><em>Prover&#242; a fare qualcosa di insolito: lasciare da parte l&#8217;emotivit&#224; per provare a spiegare in maniera tecnica, lucida e precisa cos&#8217;&#232; &#8220;Casa di classe&#8221;.</em></p><p>Casa di classe &#232; un manuale di abitare consapevole, che intreccia riflessione politica, estetica, ispirazione e pratica quotidiana, pensato per restituire dignit&#224; e forza alla dimensione domestica. &#200; un libro che guarda alla casa come a un ambiente vivo, stratificato, attraversato da relazioni, ricordi e limiti concreti che diventano punti di partenza, non di arresto. Perch&#232; la casa non &#232; un contenitore.</p><p>Lo fa attraverso un percorso davvero inedito, pi&#249; lo leggo pi&#249; mi sembra qualcosa che prima non esisteva e invece oggi &#232; qui.</p><p>I primi capitoli esplorano limiti, vincoli, stanze e oggetti come strumenti di competenza e identit&#224;, mettendo in campo nuovi modi di vivere l&#8217;abitare. </p><p>Le schede tecniche guidano passo passo interventi d&#8217;impatto e reversibili, indicando tempi, costi e materiali con precisione, mentre immagini, codici colore e schemi visivi traducono idee complesse in possibilit&#224; concrete e immediatamente applicabili.</p><p>La casa non assegna valore alle persone. Lo spazio pu&#242;, per&#242;, diventare un luogo in cui quel valore non viene negato, un luogo in cui le esistenze riescono a prosperare.</p><p><strong>Se questo manuale funzioner&#224;, non sar&#224; perch&#233; insegna a ristrutturare con poco.</strong></p><p><strong>Funzioner&#224; perch&#233; autorizza a desiderare una casa dignitosa anche quando il contesto non lo facilita. Anche quando (e dove) abbiamo sempre pensato di doverci accontentare rinunciando ad una casa che ci assomigli.</strong></p><p>Autorizza a pensare che la casa &#232; una questione di relazione, non si superficie.</p><p>Relazione con lo spazio, con il tempo, con s&#233; stessi.</p><p><strong>Alla fine, abitare &#232; restare.</strong></p><p><strong>Questo libro &#232; per chi sente che anche da l&#236;, da una casa qualunque, pu&#242; cominciare qualcosa. Anche restando l&#236;, in quella casa qualuque, si pu&#242; essere dove vogliamo.</strong></p><p>&#200; nato da me, ma vorrei che diventasse un progetto condiviso, un luogo dove tutti possano trovare un pezzo di s&#233;.</p><h3><strong><a href="https://drive.google.com/file/d/1nJL8vS1ydSV6__1RLYdMdVa174CRbbOG/view?usp=sharing">Leggi qui Casa di Classe</a><br></strong></h3><p><strong>Prima di salutarci.</strong></p><blockquote><blockquote><p>Se vuoi, puoi sostenere il mio lavoro offrendomi un caff&#232; virtuale. Sia chiaro, solo se vuoi e puoi permettertelo. Nessuno sar&#224; mai escluso dai miei contenuti, perch&#233; questo spazio rester&#224; aperto e gratuito per sempre.</p></blockquote></blockquote><h4><strong><a href="https://buymeacoffee.com/francescabubba">Offrimi un caff&#232; virtuale qui</a><br></strong></h4><p>Spero di scrivere presto, insieme, nuove pagine insieme.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il buon sommerso]]></title><description><![CDATA[Piccole rivoluzioni e nuovi modi di stare.]]></description><link>https://francescabubba.substack.com/p/il-buon-sommerso</link><guid isPermaLink="false">https://francescabubba.substack.com/p/il-buon-sommerso</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Bubba]]></dc:creator><pubDate>Mon, 17 Nov 2025 09:02:04 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>In questi anni di immersione social abbiamo fatto tante cose. Abbiamo fatto cose giuste come nominare l&#8217;innominabile, pensare l&#8217;impossibile, raggiungerci, unirci, accompagnarci.</p><p>Abbiamo commesso anche molti errori, come societ&#224; da cui ci si aspettava tanto, forse troppo.<br>Uno dei pi&#249; imperdonabili &#232; stato raccontarci un mondo peggiore di quello che &#232; davvero.<br>Abbiamo scelto di porre focus costante e quotidiano sulle brutture, le polemiche urlate, il male oscuro, come se questi fossero i tratti pi&#249; autentici del nostro tempo. Non lo dico per accusarci, evidentemente serviva farlo per denunciarle, mostrarle, nella speranza di combatterle.<br>Ma il rischio di guardare solo alle brutture, &#232; quello di finire per assomigliargli.  Il rischio di raccontare il mondo come un luogo di pericoli e nemici, &#232; di finire per assecondarlo, quel mondo che crediamo di abitare. E cos&#236; si rischia di imbruttirsi o di isolarsi. Di adattarci a quell&#8217;oscuro, dunque.</p><p>Ci siamo abituati ad accentuare il dramma, la divisione, il male endemico e abbiamo quasi messo in sordina tutto il buono che ci circonda e di cui siamo capaci. Gli infiniti gesti di cura di cui siamo agenti o destinatari quotidianamente, il lavoro buono di chi lavora dietro i riflettori e nemmeno lo sa, magari, di compiere ogni giorno delle rivoluzioni.</p><p>Abbiamo trascurato il buon sommerso, quella bellezza che non ha bisogno di mettersi in mostra per farsi esercizio di potere, che non &#232; fatta per i riflettori, ma nascosta nei corridoi degli ospedali, nelle case di accoglienza, nelle scuole, nelle case delle persone, in mezzo alle strade, nelle mani di chi ogni giorno perpetra il bene.<br><br>Qualche giorno fa ho incontrato Sara (senza cognome per ragioni precise) che mi ha raccontato la sua lunga storia, che oggi provo a sintetizzare qui, perch&#233; &#232; una storia di quel buon sommerso che vale la pena conoscere.</p><p><strong>La storia di Sara</strong><br><br>Sara ha vissuto un&#8217;infanzia fatta di assenze e corridoi. Resta incinta giovanissima, ed &#232; l&#236; che viene abbandonata dalla sua famiglia d&#8217;origine e dal suo ex compagno.</p><p>Quando &#232; nata Perla, la sua bambina, per un attimo tutto &#232; sembrato possibile: Sara la guardava con occhi che speravano di sanare ogni ferita. Ma dentro di lei cresceva lenta, insistente, una nebbia che la divorava. La solitudine assumeva connotati sempre pi&#249; asfissianti. "Amavo tantissimo la mia bambina, ma mi sentivo una bambina pure io, avevo bisogno di una mamma, di un appoggio. Quando &#232; nata l&#8217;ho tenuta sempre con me, ma mi sentivo in frantumi&#8221; mi racconta.<br><br>I giorni, comunque, scorrevano con Perla che cresceva e Sara che le cresceva attorno, finch&#233; arriva il momento in cui, dopo un incidente domestico in cui Perla rischia una scottatura (niente di grave, questo episodio si risolver&#224; senza conseguenze per la piccola) Sara si ritrova in ospedale con dei medici che non si limitano all&#8217;incidente domestico. Quei medici intuiscono che il vero problema non era la ferita di Perla, ma quelle di Sara. <br><br>Fu allora, in quell&#8217;ospedale nel padovano, che finalmente si comprende che il dolore che gravava su Sara era un peso troppo grande per essere affrontato da sola. Le proposero di entrare in una comunit&#224; mamma-bambino. Parve una scelta atroce e insieme necessaria: entrare in quel luogo significava accettare la propria fragilit&#224;, confessare che non poteva pi&#249; farcela con le sue sole forze, e allo stesso tempo restare madre.<br><br>Sara accett&#242;. Ci entr&#242; con Perla stretta tra le braccia, come si afferra l&#8217;unico pezzo di luce rimasto. Nei giorni che seguirono, la situazione non miglior&#242;. &#8220;Non riuscivo a stare bene, mi sentivo tanto stanca&#8221; mi dice.<br></p><p>Cos&#236; venne il momento decisionale, devastante: dare Perla in affido. Quando la consegn&#242; alla famiglia affidataria, mi racconta del baratro profondo e violento che la assale. </p><p>&#8220;Piansi tantissimo per giorni fino al giorno dove dovetti portarla a quelli che sarebbero stati i genitori affidatari. Quando me li presentarono mi rassicurarono molto dicendomi che sarebbero stati i nonni della mia bimba. Io ero ancora la sua mamma. Diedi a loro il mio cuore, che ancora aveva il mio odore, e me ne andai. Furono ore devastanti, giorni devastanti. Non so descrivere il dolore che si prova perch&#233; &#232; un dolore senza precedenti che ti svuota completamente, quel dolore che sai che ogni volta che lo ricorderai piangerai. C&#8217;&#232; una Sara prima dell&#8217;affido e una Sara dopo.</p><p>La vita senza mia figlia era una vuota, ogni giorno portavo con me il mio dolore e la sua assenza. La vedevo ogni settimana pi&#249; volte a settimana. Ho trovato lavoro e casa, ma casa senza di lei non era una casa. Avevo messo il suo lettino vicino al mio in attesa di una notte con lei. Avevo messo le sue cose nell&#8217;armadio come se lei vivesse l&#236;. Tornavo a casa da lavoro e riuscivo solo a disperarmi perch&#233; la sua risata non c&#8217;era, non si sentiva nessun rumore e la casa era in ordine. C&#8217;era solo il mio pianto, le mie paure e la mia depressione.</p><p>L&#8217;affido era consensuale temporaneo, sapevo che era temporaneo ma quei giorni mi sembravano eterni e sapevo che avrei dovuto lavorare tantissimo per riportarla a casa. Cos&#236; l&#8217;ho fatto, ho lavorato tantissimo.&#8221;<br><br>Gli incontri aumentavano, il tempo trascorso con la famiglia affidataria diventava pi&#249; regolare, pi&#249; solido. Sara nel frattempo lavora, fa psicoterapia, accetta tutto l&#8217;aiuto che le viene offerto e rinasce. E poi, finalmente, il ritorno: Perla torn&#242; a casa con lei. Non fu un trionfo rumoroso, ma un lento ricominciare. Il lettino accanto al suo, le risate che riempiono le stanze, l&#8217;odore dei panni puliti: piccoli segni di una vita che si ricostruisce, pezzo dopo pezzo. </p><p>Sara dice di non aver bisogno della ribalta, non cerca applausi: vive per quel bene sommerso che l&#8217;ha salvata. Vive tranquilla la sua maternit&#224; all&#8217;insegna della gratitudine per quei medici che non si sono limitati alla cura della bambina.</p><p>Che hanno guardato dove spesso nessuno guarda, alla madre dietro alla bambina. </p><p>E alla bambina incistata dentro la madre.</p><p>Questa &#232; una piccola parte della storia di Sara e Perla, ma anche una storia di professionisti che non si voltano dall&#8217;altra parte. Che si fanno presenza, che si fanno rivoluzione, pure quando sono chiamati solo a curare una scottatura.<br><br><strong>Uscire dalla scena digitale per abbracciare il reale</strong><br><br>Dopo tutto quello che ho visto, ascoltato, compreso in questi anni, ho maturato la necessit&#224; non appartenere al gran teatro del digitale, alle sue bufere costanti, ai suoi applausi effimeri e ai suoi insulti facili. Non voglio essere nemmeno spettatrice di un&#8217;arena dove si proiettano dinamiche dell&#8217;orrido. Partecipare a tutto questo a volte significa anche solo farlo da spettatori. Anche senza interagire, anche senza farsi agenti, a volte siamo parte del male anche se lo spiamo dal buco della serratura delle vite degli altri.</p><p>Cercare il pelo nell&#8217;uovo dell&#8217;altro, additare, sentirsi migliori. A che serve? A chi serve? Non ci servono cattedre, ma sedie a cerchio. E forse oggi, dopo anni in cui chiunque ha creduto di avere tanto da insegnare (ognuno &#232; diventato coach di qualcosa, guru di qualcosa, esperto di qualcosa) lo stiamo imparando.<br>Per questo, da circa due anni ormai, il mio stare sui social ha iniziato a cambiare fino ad arrivare ad oggi: mi limito ad entrare, condividere con chi mi segue informazioni utili su oggetti in regalo e lavorare ogni giorno per aiutare concretamente qualcuno, chiacchierare di cose quotidiane (la profondit&#224; e il valore politico appartengono al quotidiano pi&#249; di quanto abbiamo creduto) e non scrollo pi&#249;, se non sui reel che mi fanno ridere o sulle ricettine. Si sta meglio, si campa meglio.<br><br>Credo che il vero cambiamento nasca dove il male non ha diritto a vetrine e dove il bene pu&#242; esistere senza vetrine. Pensandoci, forse proprio le vetrine sono il problema.<br>Il bene non ha bisogno di tendenze: ha bisogno di mani, di tempo, di dedizione. A volte di spazio, anche. Raccontare il bene &#232; diverso da esporlo. Il racconto sussume in s&#232; la cura, l&#8217;esposizione quasi mai.<br>Qualche giorno fa ho scoperto che nel mio nuovo quartiere c&#8217;&#232; una realt&#224; che si occupa di aiutare quotidianemente i bambini che non possono contare sull&#8217;abbraccio dei genitori, ci passavo davanti ogni giorno e non me ne ero mai accorta. C&#8217;era una vita immensa che mi esplodeva accanto e non la vedevo. Poi per&#242; l&#8217;ho vista, e ho deciso che le mie energie devono essere impiegate in quell&#8217;immensit&#224;, oltre che nella cura della mia famiglia, dei miei affetti, della mia casa e naturalmente del portale condivisione &#232; cura, di cui mi occupo costantemente. Pure il giorno in cui ho partorito me ne sono occupata, e non lo lascer&#242; mai.</p><p>Questa newsletter &#232; per Federica Di Martino che ogni giorno si prende cura con amore, amore vero, degli ospiti della comunit&#224; in cui lavora. Qualche giorno fa uno di loro le ha detto, dandole del voi &#8220;nemmeno mia mamma abbraccio come abbraccio voi&#8221; e lei me lo ha raccontato tra lacrime e sorriso.</p><p>Per Anna Panna, che si &#232; spesa per un lavoro instancabile per Gaza fuori dai social quotidianamente, raccontando-credetemi-solo una percentuale esigua del lavoro che ha fatto e continua a fare.</p><p>Per i medici che hanno operato Mattia Levi settimana scorsa alle adenoidi (tutto bene) che avrebbero potuto limitarsi a fare il loro, ed invece hanno messo la mascherina per l&#8217;anestesia al pupazzetto preferito di mio figlio fingendo di operare anche lui, per far sentire mio figlio accompagnato in quel momento delicato. </p><p>Per la mamma del mio compagno, che ogni mattina si alza per fare le pulizie a casa degli altri e che anche se di bene non ne ha ricevuto tanto, riesce a farne ogni giorno, ostinatamente.</p><p>Per tutte le persone che ogni giorno seminano bont&#224; e non la mettono in vetrina. Che sono tante, tantissime.</p><p><br>E infine, questa newsletter &#232; per voi. </p><p>Perch&#233; possiate ricordarvi, in un luned&#236; mattina qualunque, che la bellezza non &#232; sparita, che il buono &#232; nelle nostre mani, nei nostri gesti, nell&#8217;Insieme che sa farsi salute. Siamo capaci di cose buonissime, meritiamo che qualcuno ce lo ricordi, meritiamo che qualcuno ci creda. In questi tempi di sbiadimenti, il vero splendore &#232; spesso il pi&#249; discreto. Forse dobbiamo prendere tutto ci&#242; che abbiamo imparato, che abbiamo sbagliato, che abbiamo costruito e portalo l&#236;. </p><p>Forse &#232; l&#236; che dobbiamo tornare, insieme.</p><p></p><p><strong>Prima di salutarci.</strong></p><blockquote><p>Se vuoi, puoi sostenere il mio lavoro offrendomi un caff&#232; virtuale. Sia chiaro, solo se vuoi e puoi permettertelo. Nessuno sar&#224; mai escluso dai miei contenuti, perch&#233; questo spazio rester&#224; aperto e gratuito per sempre.</p></blockquote><h4><strong><a href="https://buymeacoffee.com/francescabubba">Offrimi un caff&#232; virtuale qui</a><br></strong></h4><p>Spero di scrivere presto, insieme, nuove pagine di riflessione.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Scegliere di non arretrare]]></title><description><![CDATA[Di questi giorni all'insegna di odio e minacce. Di ostetriche e odiatori. Di facce diverse della stessa medaglia opaca.]]></description><link>https://francescabubba.substack.com/p/scegliere-di-non-arretrare</link><guid isPermaLink="false">https://francescabubba.substack.com/p/scegliere-di-non-arretrare</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Bubba]]></dc:creator><pubDate>Thu, 25 Sep 2025 13:09:09 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!XIFS!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F397dba6c-6119-4dbb-9a9b-78cbd5100139_945x1714.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sono giorni duri per il mio lavoro. Partiamo dall&#8217;inizio, che per&#242; non &#232; l&#8217;inizio.</p><p>Sono giorni che ricevo migliaia di commenti d&#8217;odio.<br>Non esagero: migliaia. Un fiume continuo, inarrestabile, che scorre tra insulti feroci, sessisti, disumani. Minacce.<br> &#171;Ti devono stuprare.&#187;<br> &#171;Ammazzati.&#187;<br> &#171;Non vali niente, muori.&#187;</p><p>Scriverle cos&#236;, nude e crude, quelle frasi, mi d&#224; la nausea. Eppure &#232; cos&#236; che si presentano: senza vergogna, senza filtri, senza che l&#8217;algoritmo, tanto zelante nel silenziare chi denuncia, le rimuova. Ognuno degli artefici ci mette la faccia.</p><p>Come mai, mi sono chiesta, ci mettono tutti la faccia? Per senso di impunit&#224;?</p><p>Tra gli infiniti dm di sostegno che sto ricevendo in queste ore (grazie infinite, non posso rispondere perch&#233; Instagram mi ha messa in punizione, ne scrivo pi&#249; gi&#249;, ma legger&#242; tutto) ce n&#8217;&#232; uno di un ragazzo che, effettivamente, mi restituisce nitidezza rispetto ad un pensiero che mi matura in testa, sbiadito, da tempo: non &#232; senso di impunit&#224;, &#232; rivendicazione.</p><p><strong>&#8220;Ti sto seguendo con apprensione, soprattutto in queste ore assurde. lo sono un moderatore per **** ******* (tra le pi&#249; note piattaforme di gioco online al mondo) e stanno smantellando e disinvestendo sempre di pi&#249; la figura di moderatore. Se prima con un contratto freelance lavoravo 25-35 ore a settimana adesso lavoro una media di 4-8 ore la settimana. <br>Questo &#232; iniziato da quando Trump &#232; salito al potere. Ho l&#8217;impressione che lo scopo di rendere salubre il pi&#249; possibile l&#8217;ambiente online fosse una mera scelta politica di branding. <br>Ad oggi c&#8217;&#232; l&#8217;IA e policy sempre pi&#249; permissive davanti i commenti di odio. Ti auguro di uscirne presto, con tutto il cuore.&#8221;</strong></p><p>Il clima politico attuale non si limita pi&#249; a tollerare l&#8217;odio: lo legittima, lo veste da identit&#224;, lo brandisce come orgoglio. L&#8217;odio non &#232; pi&#249; un veleno da estirpare, ma una bandiera da sventolare. Ed &#232; in questo capovolgimento morale di societ&#224; corrosa che si articolano avvenimenti ben pi&#249; gravi di quelli che stanno investendo me in queste ore.</p><p>Nel mio caso, comunque, tutto &#232; iniziato dopo una partecipazione a una trasmissione, in cui ho parlato di redistribuzione della ricchezza. Non &#232; stata la prima volta che ne ho parlato in spazi generalisti, anzi, e i commenti d&#8217;odio sono sempre arrivati, sistematicamente, ma questa volta la macchina dell&#8217;odio non si &#232; arrestata in poche ore come le altre volte. Questa volta va avanti da quattro giorni.</p><p>Questo &#232; uno screen di qualche ora fa. Di oggi.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!XIFS!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F397dba6c-6119-4dbb-9a9b-78cbd5100139_945x1714.jpeg" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!XIFS!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F397dba6c-6119-4dbb-9a9b-78cbd5100139_945x1714.jpeg 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!XIFS!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F397dba6c-6119-4dbb-9a9b-78cbd5100139_945x1714.jpeg 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!XIFS!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F397dba6c-6119-4dbb-9a9b-78cbd5100139_945x1714.jpeg 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!XIFS!,w_1456,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F397dba6c-6119-4dbb-9a9b-78cbd5100139_945x1714.jpeg 1456w" sizes="100vw"><img src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!XIFS!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F397dba6c-6119-4dbb-9a9b-78cbd5100139_945x1714.jpeg" width="945" height="1714" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/397dba6c-6119-4dbb-9a9b-78cbd5100139_945x1714.jpeg&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:1714,&quot;width&quot;:945,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:171216,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/jpeg&quot;,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;topImage&quot;:false,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://francescabubba.substack.com/i/174527376?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F3c08480f-6279-4246-ba67-ac15e824944a_1170x2080.jpeg&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!XIFS!,w_424,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F397dba6c-6119-4dbb-9a9b-78cbd5100139_945x1714.jpeg 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!XIFS!,w_848,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F397dba6c-6119-4dbb-9a9b-78cbd5100139_945x1714.jpeg 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!XIFS!,w_1272,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F397dba6c-6119-4dbb-9a9b-78cbd5100139_945x1714.jpeg 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!XIFS!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F397dba6c-6119-4dbb-9a9b-78cbd5100139_945x1714.jpeg 1456w" sizes="100vw" loading="lazy"></picture><div class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg role="img" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><title></title><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><p></p><p>Portavo avanti, in quella trasmissione, un&#8217;idea di sinistra. Una di quelle idee che dovrebbero essere ancora legittime in una democrazia.<br>Una di quelle idee che, se sei una donna, giovane e-appunto- dichiaratamente di sinistra, ti rendono immediatamente carne da macello per chi proprio non lo pu&#242; sentire, l&#8217;odore di giustizia sociale.</p><p>Il paradosso &#232; che mentre mi piovono addosso queste raffiche di odio, mentre il mio nome viene sputato come se fosse veleno, attorno a me si continua a parlare di <em>violenza politica</em> della sinistra.<br>Io ascolto il dibattito surreale di editorialisti, politici, opinionisti che fanno la lista dei cattivi &#8220;dall&#8217;altra parte&#8221;, e nel frattempo cancello i commenti sotto le foto col pancione (&#232; quella che gli odiatori preferiscono, di solito) in cui si invoca la morte mia o l&#8217;affido dei miei figli.</p><blockquote><p>La questione di genere si intreccia a quella di classe: se fossi un uomo o una persona facoltosa sarei gi&#224; stata difesa pubblicamente da interi corpi professionali, avrei ricevuto solidariet&#224; bipartisan. Invece ho avuto Christian Vieri che si &#232; accodato agli insulti, con un sonoro &#8220;che schifo, questa!&#8221; <br>E invece sono Francesca Bubba, senza santi in paradiso. Questa.</p></blockquote><p>Sono giorni duri per il mio lavoro, dicevo.<br>Infatti questa mattina, proprio durante l&#8217;ondata di odio social, mi &#232; arrivata una diffida ufficiale da parte dell&#8217; Ordine nazionale delle ostetriche.<br>Mi accusano, in un comunicato che ha dell&#8217;inquietante, di condurre un&#8217;inchiesta &#8220;per farmi pubblicit&#224;&#8221; e mi intimano di non scriverne pi&#249;.<br><strong>Non di rettificare, non di approfondire, non di dialogare. Di tacere, di smettere.</strong></p><p>L&#8217;inchiesta a cui si riferiscono riguarda una casa maternit&#224; (Il Nido) finita sotto i riflettori per una tragedia: la morte di una neonata.<br><br>Tre anni fa ho iniziato a ricevere decine, poi centinaia di segnalazioni da parte di madri, padri, operatori sanitari che raccontano di accadimenti all&#8217;interno della struttura su cui ci sono tante, troppe ombre.</p><p>Lettere dense di dolore, di paura, di traumi non ascoltati.<br>Ho ascoltato e problematizzato, con rispetto, con scrupolo, con rigore.<br>Non una virgola scritta con leggerezza. Non una riga che generalizzi ed esca dal merito.</p><p><strong>Eppure, nel comunicato, ci&#242; che emerge non &#232; un confronto sui fatti, ma una delegittimazione della mia persona.</strong><br><br>Avrebbero accusato un giornalista maschio, con la firma su un grande quotidiano, di &#8220;cercare visibilit&#224;&#8221;? Avrebbero messo in campo anche con lui la questione della vanit&#224;?<br>O si sarebbero limitate a rispondere, con la seriet&#224; che una tragedia richiede?</p><p>So gi&#224; che pagher&#242; ancora. Dovr&#242; difendermi legalmente, e io non ho una redazione alle spalle, non ho uno studio legale pronto a intervenire. Ogni lettera dell&#8217;avvocato vuol dire soldi che non ho, scelte da fare, lavori da rimandare. La verit&#224; &#232; che tutto questo pesa ancora di pi&#249; quando non hai capitali da investire nella legittimit&#224; della tua parola, quando ogni battaglia che scegli di combattere devi pagarla di tasca tua. Quando hai solo la tua credibilit&#224;, ed &#232; proprio quella che si cerca di annientare per delegittimare il frutto del tuo lavoro.</p><p>C&#8217;&#232; chi pu&#242; permettersi di esporsi senza temere le conseguenze, e chi invece ci rimette tutto: il tempo, il lavoro, il respiro. Io appartengo alla seconda categoria, come tanti, tantissimi, prima e dopo di me.</p><p>E, come accennavo sopra, Instagram, il luogo in cui ho denunciato l&#8217;odio che mi sta investendo, ha deciso di limitare il mio profilo, imputandomi una violazione delle regole. E forse &#232; vero, forse ha ragione. Forse la regola del &#8220;vabb&#232;, prima o poi si stancheranno&#8221; che mi ha sempre appartenuta l&#8217;ho violata davvero, stavolta.</p><p>Stamattina mi &#232; arrivata una notifica emblematica: &#8220;Il tuo account potrebbe essere disattivato.&#8221;</p><p>In un cortocircuito perfetto, sono io a essere punita per aver denunciato la punizione.</p><p>Sono io a dover sparire, non l&#8217;odio che mi ha investita. Quell&#8217;odio non proviene da me, ma io ne sono la responsabile. Sembra una trasposizione algoritmica di ci&#242; che accade davvero, spesso- per fortuna non sempre- quando qualcuno &#232; vittima di odio di massa.</p><p>Ci sono stati momenti, in questi giorni, in cui ho pensato che forse &#232; tutto inutile. Forse davvero sto sbagliando tutto, forse dovrei smettere. A che serve scrivere, indagare, portare avanti idee non dico giuste, ma di certo di giustizia, se poi finisce cos&#236;? L&#8217;idea di mollare e vivere in serenit&#224; la mia vita, il mio post parto e la mia famiglia &#232; una tentazione sottile, insinuante, quasi dolce: mi dice che posso tornare a vivere in pace, che posso lasciare a qualcun altro il compito di sporcarsi le mani. Ma la verit&#224; &#232; che non voglio farlo. La verit&#224; &#232; che non saprei vivere diversamente. La verit&#224; &#232; che non me ne voglio andare.</p><p>In fondo l&#8217;ho sempre saputo: questo mestiere non &#232; solo scrivere, ma &#232; stare. Stare dove fa male, dove ci si sporca, dove il dente duole, dove ci si pu&#242; pure rompere. E io, al netto delle difficolt&#224; e delle giornate grigie, voglio stare ancora.</p><p>Allora no, non moller&#242;. Continuer&#242; a scrivere.</p><p>Bene che lo sappiano, oggi, gli organi di rappresentanza delle ostetriche e gli odiatori seriali. Che il silenzio &#232; il luogo di proliferazione dell&#8217;abuso di potere e campo degli ingiusti. Io, nel corso della mia giovinezza sfortunata, in quel campo ci stavo morendo. Poi &#232; accaduto che invece sono ancora viva, sono diventata grande e scrivo e parlo.</p><p>Continuer&#242; a fare il mio lavoro e a portare avanti le mie idee, non perch&#233; sia forte, non perch&#233; sia coraggiosa, non perch&#233; priva di paura.</p><p>Ma perch&#233; quello che ho nel petto &#232; fuoco. Un fuoco che viene da lontano, che si &#232; acceso guardando il mondo da un angolo che non mi sono scelta, ma che conosco bene. Continuer&#242; perch&#233; questo fuoco &#232; l&#8217;unica cosa davvero mia.</p><p>Scriver&#242; anche quando non servir&#224; a niente, perch&#233; la parola che &#232; spesa per la giustizia non chiede permesso, non cerca consenso. Vive, resiste, incendia.</p><p>(Se mi chiudono Instagram fate vostre le piattaforme di mutualismo che ho creato. Sono soprattutto vostre, lo sono sempre state)</p><p>Grazie, sempre.</p><p></p><p><strong>Prima di salutarci.</strong></p><blockquote><p>Se vuoi, puoi sostenere il mio lavoro offrendomi un caff&#232; virtuale. Sia chiaro, solo se vuoi e puoi permettertelo. Nessuno sar&#224; mai escluso dai miei contenuti, perch&#233; questo spazio rester&#224; aperto e gratuito per sempre.</p></blockquote><h4><strong><a href="https://buymeacoffee.com/francescabubba">Offrimi un caff&#232; virtuale qui</a><br></strong></h4><p>Spero di scrivere presto, insieme, nuove pagine di riflessione.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA["L'anestesista è il diavolo del parto"]]></title><description><![CDATA[Propaganda e libera scelta-il caso della neonata morta a "Il Nido"]]></description><link>https://francescabubba.substack.com/p/lanestesista-e-il-diavolo-del-parto</link><guid isPermaLink="false">https://francescabubba.substack.com/p/lanestesista-e-il-diavolo-del-parto</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Bubba]]></dc:creator><pubDate>Sat, 13 Sep 2025 09:29:50 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/a8bd18b1-0028-45f9-b3ef-53abd9dba012_940x788.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!jpeU!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fcc152f4b-9521-4954-b468-df6305abce27_1170x1074.jpeg" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!jpeU!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fcc152f4b-9521-4954-b468-df6305abce27_1170x1074.jpeg 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!jpeU!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fcc152f4b-9521-4954-b468-df6305abce27_1170x1074.jpeg 848w, 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class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg role="img" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><title></title><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" 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Mi racconta, a corredo, una serie di sue impressioni personali su quella realt&#224;, che la preoccupa da tempo.</p><p>La notizia ufficiale sarebbe uscita solo alle 23:00, su Repubblica. Ed &#232; solo allora che ne ho parlato anche io, nelle mie storie.</p><p>Questo, per&#242;, non &#232; l&#8217;inizio di questa storia.</p><p>La casa maternit&#224; &#232; &#8220;Il Nido&#8221; , con a capo l&#8217;ostetrica Valeria Barchiesi, situata a Roma in zona Testaccio, ed &#232; una mia vecchia conoscenza.</p><p>Tre anni fa mi sono occupata di loro nella mia inchiesta, pubblicata per <em>The Post Internazionale</em> il 27 Gennaio 2023, in cui ho raccolto la testimonianza di un&#8217;operatrice sanitaria, e che ora copio qui:</p><p><em>&#171;Ho frequentato il corso preparto alla casa maternit&#224; Il Nido nel 2021. L&#8217;elemento principale, e lo ricordo nitidamente, &#232; una costante sfiducia nei confronti del personale sanitario. C&#8217;erano alcune azioni non solo espressamente sconsigliate dalla struttura stessa ma quasi apertamente vietate. Tra queste, la prima &#232; da individuare nel ricorrere all&#8217;epidurale, pratica a cui si attribuivano conseguenze tragiche come bambini nati &#8220;mosci&#8221;. &#8220;L&#8217;anestesista &#232; il diavolo del parto&#8221; &#232; la frase che pi&#249; mi &#232; rimasta impressa di tutto il percorso con loro. Secondo la loro narrazione, l&#8217;unico parto davvero sicuro era quello in casa, lontano dalla meccanicit&#224; della medicalizzazione, descritta come il male supremo. Inoltre, ci si avvaleva della presenza di altre figure di dubbia professionalit&#224;, come una dietista che mi ha prescritto una dieta a base di fritti in olio extravergine per depurare il fegato, o una venditrice di fasce portabeb&#232;, in contrapposizione all&#8217;utilizzo del passeggino, demonizzato. Il corso promuoveva, con gli stessi toni impositivi, l&#8217;allattamento esclusivamente al seno e a termine, anche fino ai 6 anni d&#8217;et&#224; del figlio&#187;</em>.</p><p>Non si possono saltare passaggi: laddove c&#8217;&#232; una morte &#232; essenziale attendere gli esiti delle indagini. Stabilire le responsabilit&#224;, capire le condizioni reali, studiare il nesso fra propagande, prassi, responsabilit&#224; professionali.</p><p>Ma la tragedia impone anche che non si stia in silenzio. Vale la pena riflettere sull&#8217;operato di certi spazi che, pur non avendo ancora sentenze definitive, mostrano elementi che destano allarme. Ed &#232; sotto gli occhi di tutti, lo &#232; oggi come tre anni fa.</p><p>Quando un&#8217;ostetrica avalla una narrativa all&#8217;insegna di mantra come &#8220;l&#8217;ospedale &#232; luogo di interferenze&#8221;, &#8220;la medicalizzazione &#232; violenza&#8221;, &#8220;tu sei pi&#249; forte se resisti al dolore&#8221;, non lo fa solo per costruire un&#8217;identit&#224;: lo fa, pi&#249; o meno consapevolmente, per costruire un contesto emotivo, culturale, un dispositivo di potere. E questo dispositivo, quando combinato con la debolezza normativa, con il vuoto sanitario o con la paura, pu&#242; diventare l&#8217;inizio di un dramma. Lo abbiamo visto, lo vediamo sempre pi&#249; spesso.</p><p>In molti casi, le figure sanitarie che offrono alternative al parto ospedaliero utilizzano slogan, testimonianze, immagini che idealizzano la nascita come rito naturale incontaminato, la donna come sacerdotessa del proprio corpo, l&#8217;ospedale come spazio freddo, alienante, non empatico. Ed &#232; cos&#236; che ci&#242; che nasce come alternativa diventa una scelta obbligata da una pressione morale sottile, capillare, che fa leva sulle paure pi&#249; intime.</p><p>Appellarsi alle &#8220;scelte informate e libere&#8221; &#232; spesso lontano dal reale. Perch&#233; la propaganda anti-ospedale pu&#242;:</p><ul><li><p>orientare la percezione del rischio: se la mia professionista di fiducia non fa che ripetermi che gli ospedali tolgono il controllo, che gli interventi medici sono esperimenti invasivi, che il dolore &#232; parte sacra del viaggio materno, il mio timore verso le complicazioni &#232; amplificato; il mio desiderio di evitare l&#8217;ospedale diventa quasi obbligo emotivo.<br></p></li><li><p>isolare la donna: rompere fiducia con medici, con anestesie, far percepire che chiedere aiuto &#232; cedimento morale, non scelta. Si costruisce un&#8217;ideologia della &#8220;forza&#8221; che premia chi resiste, penalizza chi accetta protezione o sollievo.<br></p></li><li><p>nascondere il vuoto normativo: se gli spazi non sono regolamentati, se non esistono obblighi chiari, se non ci sono controlli efficaci, la propaganda pu&#242; far sembrare &#8220;normale&#8221; ci&#242; che &#232; abusivo, pericoloso.</p><p></p><p>Non c&#8217;&#232; libera scelta senza informazione.</p><p>Non c&#8217;&#232; libert&#224; nell&#8217;inconsapevolezza.<br></p><p>Nel caso della casa maternit&#224; <em>Le Maree</em> a Genova, per esempio, le indagini hanno evidenziato che la struttura gestiva parti e degenze post&#8209;parto senza le autorizzazioni e che utilizzava farmaci provenienti da strutture ospedaliere, alcuni scaduti. Chiudere la casa maternit&#224; di Genova non &#232; servito a molto, comunque, perch&#233; le stesse ostetriche continuano ad esercitare e seguire parti a domicilio, ma altrove. &#200; il tipico cortocircuito: &#8220;siamo natura, siamo alternativa&#8221;, ma senza le garanzie che la natura non sa da sola sostituire.</p></li></ul><p>Proprio in una casa maternit&#224;, nella fattispecie, nello scantinato della suddetta, ho documentato il lavoro che le operatrici fanno sulla placenta delle madri che hanno fatto partorire. Da questo organo, maneggiato come se si trattasse di pomodori per le conserve, le operatrici estrapolano unguenti, frullati, collane e dipinti. O, semplicemente, la affettano e la mangiano cos&#236;, scottata in padella.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Hyzl!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fa032c0c1-3874-49ae-acbb-fbf0efff2c7f_1017x1322.jpeg" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Hyzl!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fa032c0c1-3874-49ae-acbb-fbf0efff2c7f_1017x1322.jpeg 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Hyzl!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fa032c0c1-3874-49ae-acbb-fbf0efff2c7f_1017x1322.jpeg 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Hyzl!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fa032c0c1-3874-49ae-acbb-fbf0efff2c7f_1017x1322.jpeg 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Hyzl!,w_1456,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fa032c0c1-3874-49ae-acbb-fbf0efff2c7f_1017x1322.jpeg 1456w" sizes="100vw"><img src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Hyzl!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fa032c0c1-3874-49ae-acbb-fbf0efff2c7f_1017x1322.jpeg" width="1017" height="1322" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/a032c0c1-3874-49ae-acbb-fbf0efff2c7f_1017x1322.jpeg&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:1322,&quot;width&quot;:1017,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:250700,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/jpeg&quot;,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;topImage&quot;:false,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://francescabubba.substack.com/i/173498562?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F196cbc04-a808-46da-b819-33fa2dfcd81a_1135x1512.jpeg&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Hyzl!,w_424,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fa032c0c1-3874-49ae-acbb-fbf0efff2c7f_1017x1322.jpeg 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Hyzl!,w_848,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fa032c0c1-3874-49ae-acbb-fbf0efff2c7f_1017x1322.jpeg 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Hyzl!,w_1272,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fa032c0c1-3874-49ae-acbb-fbf0efff2c7f_1017x1322.jpeg 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Hyzl!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fa032c0c1-3874-49ae-acbb-fbf0efff2c7f_1017x1322.jpeg 1456w" sizes="100vw" loading="lazy"></picture><div class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg role="img" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><title></title><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><p></p><p>La neonata che &#232; morta &#232; l&#8217;ennesima voce che non deve cadere nel silenzio, perch&#233; la sua morte, forse, non era inevitabile. La sua morte, forse, &#232; diventata possibilit&#224; concreta attraverso pratiche, discorsi, silenzi. Non conosciamo ancora le cause definitive, ma sappiamo che certe ideologie, certe retoriche, certe omissioni creano una trama sotto cui il rischio pu&#242; covare.</p><p>Non basta dire &#8220;&#232; tragico&#8221;. Serve chiedersi dove abbiamo fallito, come societ&#224;, come sistema di cure, come cultura. Serve che si impari a distinguere fra maternit&#224; vissuta come libert&#224;, e maternit&#224; imposta da miti che diventano coercizione. <strong>Serve che si chieda trasparenza, che si chieda regolamentazione, che le case maternit&#224; inclini alla propaganda anti&#8209;ospedale siano sottoposte a controlli pi&#249; severi, a obblighi di informazione, a confini chiari.</strong></p><p>&#200; necessario che lo Stato prenda posizione, che ci siano regole chiare, strutture alternative sicure, professionisti formati. Che la cultura del parto venga riformata, non solo denunciata. Che le donne non siano lasciate sole davanti a un bivio tragico: o subire un sistema ospedaliero carente, o rischiare tutto per un ideale.</p><p>Serve garantire alle madri accesso all&#8217;analgesia, alla scelta, al sostegno psicologico, alla possibilit&#224; di partorire in sicurezza e dignit&#224;, senza dover rinunciare alla loro autonomia.</p><p>E serve anche una riflessione culturale pi&#249; ampia: smettere di glorificare il dolore, il sacrificio, la &#8220;forza&#8221; come dovere materno. Una madre non deve dimostrare nulla. Non deve soffrire per essere autentica. Non deve partorire con dolore o nel rischio per essere degna dell&#8217;amore di suo figlio.</p><p>Il mito del parto naturale sta diventando una condanna.</p><p>La casa maternit&#224; non &#232; santuario se non &#232; protetta, regolamentata, vigilata. E nella storia di ogni madre, di ogni bambino e bambina, non deve esserci spazio per l&#8217;incuria.</p><p>Tra la poesia e il parto, tra il mito e la medicina, deve esserci una soglia non violabile: quella della sicurezza. Se non la difendiamo, rischiamo che la maternit&#224; diventi un giardino incantato dietro al quale si nascondono fratture, sangue, assenze.</p><p>Questo articolo non vuole essere allarmismo, vuole essere memoria. Per ogni donna che ha scelto, per ogni madre che ha sperato, per ogni bambina che non &#232; arrivata: vogliamo che il sacro non diventi trappola. <strong>Che la vita vinca sulla promessa.</strong></p><p>Per ogni madre che aveva creduto di fare la scelta giusta. Che forse si era sentita accolta, ascoltata, protetta. Che aveva sognato una nascita gentile, una vita che si apriva tra le mani.Per ogni madre che, invece, tra le mani ha avuto la morte e un nome da sussurrare in lacrime o da urlare a voce piena, e un corpicino espulso dal corpo, ma non estraneo.</p><p>Per ogni madre che dove credeva di ricevere natura, ha ottenuto una montata lattea ingombrante e lancinante, perch&#233; non ci saranno bimbi da sfamare.</p><p>Queste madri non sono sole. Ogni volta che una donna perde un figlio in nome di un ideale che le &#232; stato venduto come pi&#249; puro, pi&#249; sacro, pi&#249; vero, perdiamo tutti. Perdiamo il senso del limite. Perdiamo la capacit&#224; di proteggere senza invadere, di curare senza dominare. Perdiamo la giustizia.</p><p>Dobbiamo alle madri che hanno creduto, e alle figlie e ai figli che non hanno potuto nascere o sopravvivere, il coraggio di chiedere maggior regolamentazione, a prescindere dall&#8217;esito delle indagini di questo caso specifico che, come ho detto, apre la porta di una riflessione ben pi&#249; ampia, ben pi&#249; strutturale.</p><p>La poesia non copre le falle. La spiritualit&#224; usata come scudo contro la scienza &#232; una barbarie, non un vezzo.</p><p>Perch&#233; non c&#8217;&#232; niente di ancestrale in una morte evitabile.<br>E non c&#8217;&#232; niente di naturale nel seppellire un figlio che poteva vivere.</p><p></p><p></p><p><strong>Prima di salutarci.</strong></p><blockquote><p>Se vuoi, puoi sostenere il mio lavoro offrendomi un caff&#232; virtuale.<br>Sia chiaro, solo se vuoi e puoi permettertelo. Nessuno sar&#224; mai escluso dai miei contenuti, perch&#233; questo spazio rester&#224; aperto e gratuito per sempre.</p></blockquote><h4><strong><a href="https://buymeacoffee.com/francescabubba">Offrimi un caff&#232; virtuale qui</a><br></strong></h4><p>Spero di scrivere presto, insieme, nuove pagine di riflessione.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Cucina di classe Fast]]></title><description><![CDATA[Schiscetta edition]]></description><link>https://francescabubba.substack.com/p/cucina-di-classe-fast</link><guid isPermaLink="false">https://francescabubba.substack.com/p/cucina-di-classe-fast</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Bubba]]></dc:creator><pubDate>Mon, 08 Sep 2025 06:18:34 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>In questo libro, ormai lo sapete, non troverete ricette patinate o ingredienti esotici e costosi. </p><p><em>Cucina di Classe fast&#8211; Schiscetta Edition</em> &#232; mappa concreta per chi studia, lavora, accudisce, fatica, ma rivendica il non dover rinunciare alla qualit&#224;, alla salute e al piacere di mangiare bene.</p><p>Qui la cucina diventa politica, un atto di autogestione popolare.</p><p><strong>Cucinare con poco, e bene, &#232; un gesto di cura verso se stessi e verso la comunit&#224;.</strong> </p><p>&#200; riappropriarsi dei propri consumi alimentari, in un mondo che ci vuole consumatori passivi e frettolosi.</p><h3>Ingredienti a doppio uso: il cuore della cucina di classe</h3><p>Uno dei pilastri di questa edizione &#232; il concetto di <em>ingredienti a doppio uso</em>, o ingredienti ponte. Sono quegli alimenti semplici, economici e versatili che possono trasformarsi in molteplici piatti, riducendo gli sprechi e il costo complessivo.</p><p><strong>Imparare a vedere ogni ingrediente come una risorsa moltiplicatrice</strong> &#232; la chiave per risparmiare. Pensate alle patate, al riso, alle verdure di stagione, ai legumi: non solo sono nutrienti e accessibili, ma diventano il filo che tiene insieme una dispensa intelligente e funzionale.</p><p>Con pochi ingredienti ponte, si costruiscono piatti diversi, spuntini, pranzi e cene, sempre nuovi, mai monotoni. Sono la base per una cucina di classe che parte dal basso, dal poco, per trasformarlo in bont&#224; e sostanza.</p><h4>In questo volume troverete ogni ricetta costruita attorno a un &#8220;<strong>ingrediente ponte</strong>&#8221;, un elemento chiave che si presta a essere trasformato e reinventato nella ricetta successiva.</h4><p>Questo procedimento a catena non solo aiuta a massimizzare l&#8217;uso degli ingredienti, riducendo sprechi e costi, ma rende la preparazione della schiscetta pi&#249; semplice e creativa.</p><p>Ogni piatto diventa cos&#236; parte di un percorso fluido, dove ci&#242; che avanza o si prepara in anticipo diventa la base per nuove combinazioni, garantendo variet&#224; senza sprechi e un&#8217;organizzazione efficiente della spesa e della cucina.</p><p><strong>Nb: il tempo riportato sulle ricette si riferisce al tempo di preparazione+cottura. Il tempo di preparazione non supera mai i 10 minuti.</strong></p><h3>Cosa troverete all&#8217;interno:</h3><ul><li><p><strong>Dispensa di Classe</strong>: come organizzare al meglio la tua spesa e la tua dispensa, selezionando ingredienti essenziali e multiuso.</p></li><li><p><strong>Ingredienti a doppio uso</strong>: la lista degli alimenti che ti permettono di cucinare tanto con poco, e con creativit&#224;.</p></li><li><p><strong>Leggere le etichette</strong>: imparare a decifrare i prodotti, per scegliere in modo consapevole e non farsi ingannare da marketing e mode.</p></li><li><p><strong>Pratiche di salute popolare</strong>: suggerimenti semplici e alla portata di tutti per mantenersi in salute, partendo dal cibo.</p></li><li><p><strong>Piccolo riepilogo di Cucina di classe generale e Calcolo dei costi</strong>: un metodo chiaro per tenere sotto controllo la spesa, senza rinunciare alla qualit&#224;.</p></li><li><p><strong>Ricette Schiscetta e Spuntini</strong>: piatti pratici, veloci, saporiti e pensati per chi ha poco tempo ma vuole mangiare con dignit&#224;.</p></li></ul><p>Come per le altre edizioni, <em>Cucina di classe</em> racconta il cibo come strumento di libert&#224;, non come lusso o tendenza.</p><p>Perch&#233; la cucina di classe &#232; quella che sa trasformare l&#8217;ordinario in straordinario, che fa della semplicit&#224; un&#8217;arte e un valore.</p><p>Questo libro non &#232; un oggetto di consumo, ma una pratica che nasce dal desiderio di offrire uno spazio dove la cucina possa diventare un atto di solidariet&#224; e cura collettiva.</p><p>Sar&#224; gratis per sempre</p><p>sar&#224; nostro per sempre.</p><h3><strong><a href="https://drive.google.com/file/d/1gqMz78_HgwFkXDb6qLAyQDEaQWqFupbq/view?usp=sharing">Scarica qui Cucina di classe fast-schiscetta edition</a></strong></h3><p><strong>Prima di salutarci.</strong></p><blockquote><blockquote><p>Se vuoi, puoi sostenere il mio lavoro offrendomi un caff&#232; virtuale.<br>Sia chiaro, solo se vuoi e puoi permettertelo. Nessuno sar&#224; mai escluso dai miei contenuti, perch&#233; questo spazio rester&#224; aperto e gratuito per sempre.</p></blockquote></blockquote><h4><strong><a href="https://buymeacoffee.com/francescabubba">Offrimi un caff&#232; virtuale qui</a><br></strong></h4><p>Spero di scrivere presto, insieme, nuove pagine di riflessione e di cucina economica.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Ostetrica Bibi è stata arrestata, accusata di omicidio colposo]]></title><description><![CDATA[&#200; stata la protagonista della mia ultima inchiesta, attraverso cui avevo denunciato il suo operato. Ma non &#232; servito a niente, ed &#232; dolorosissimo.]]></description><link>https://francescabubba.substack.com/p/ostetrica-bibi-e-stata-arrestata</link><guid isPermaLink="false">https://francescabubba.substack.com/p/ostetrica-bibi-e-stata-arrestata</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Bubba]]></dc:creator><pubDate>Sat, 16 Aug 2025 05:49:17 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/bade1553-088c-47b3-9877-928670b7e29b_195x320.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ZBv6!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8f433f8e-83a9-454f-a11b-77244a5717ed_195x320.jpeg" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg role="img" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><title></title><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" 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Quando mi ha raggiunta, qualche ora fa, mi trovavo fuori per lavoro, in un luogo sconosciuto, in una minuscola stanza con la mia famiglia, e volevo solo scrollarmela di dosso. Volevo solo aver capito male.</p><p>Quando mi ha raggiunta non ho pensato alle inchieste, ai post, alle segnalazioni infinite, alla voce grossa. Ho pensato, perch&#233; l&#8217;ho sentito nello stomaco, a quanto intenso pu&#242; diventare il dolore che provoca l&#8217;inutilit&#224; di tutte queste azioni messe insieme.</p><p>L&#236;, in quelle azioni che erano allarme, si annidava la possibilit&#224; della tragedia. Ma quell&#8217;allarme non ha scalfito l&#8217;ottimismo ingannevole dei social, l&#8217;illusione di una maternit&#224; senza regole, la promessa di una natura che si muove sempre per il nostro bene.</p><p>Due anni fa, il 4 Agosto del 2023, usciva sul mio profilo Instagram un mio post in cui problematizzavo l&#8217;operato di un&#8217;ostetrica, Bibi Enrica Kupe, nota sui social-dove &#232; molto seguita- come &#171;Ostetrica Senza Filtri&#187;, che oggi vive in Australia ma opera in Italia digitalmente, assiste gestanti a distanza, e ha creato persino un&#8217;applicazione dedicata alla sua Mamma Informata Academy, il portale dove tiene corsi di formazione per mamme e ostetriche italiane. Il suo lavoro mi sembrava ogni giorno pi&#249; pericoloso, ma, paradossalmente, sempre pi&#249; indisturbato.</p><p>Non era servito a molto, quel post. </p><p>Cos&#236; ho raccolto materiale per un anno e, il 28 Giugno 2024, su The post internazionale, &#232; stato pubblicato un mio lungo articolo sulle guru della maternit&#224; che sfidano la scienza. Era la quarta parte di una fitta inchiesta, ed era quasi interamente dedicata a lei.</p><p>Lei, la protagonista della notizia che mi ha raggiunta poche ore fa e che non mi fa dormire stanotte.</p><p><strong>L&#8217;ostetrica Bibi &#232; stata arrestata ieri, con l&#8217;accusa di omicidio colposo e di lesioni gravi per negligenza.</strong></p><p>Secondo quanto riportato da un notiziario australiano, l&#8217;ostetrica avrebbe assistito una donna a Wallsend, nella zona occidentale di Newcastle, il 2 ottobre 2024 per un parto in casa. Nei due giorni di travaglio, per&#242;, non avrebbe risposto ai segnali di complicazioni n&#233; alle richieste della partoriente di recarsi in ospedale.</p><p>La donna, stremata, riesce a recarsi comunque al John Hunter Hospital- due giorni dopo l&#8217;inizio del travaglio- dove &#232; stato necessario ricorrere ad un parto cesareo d&#8217;emergenza. Le sue condizioni di salute erano gravemente compromesse, ma &#232; sopravvissuta.</p><p>Il neonato, invece, &#232; morto.</p><p>L&#8217;ostetrica &#232; stata arrestata ieri, il 14 agosto 2025, a quasi un anno dal fatto, e il suo caso torner&#224; davanti alla corte di Newcastle il 15 ottobre 2025.</p><p>Torniamo ad un anno fa.</p><p>Rileggo le parole dell&#8217;ostetrica Alessandra Bellasio, che &#232; stata l&#8217;unica ostetrica, o almeno la prima e la pi&#249; ostinata, a denunciare a gran voce l&#8217;operato della sua collega, che prontamente rispondeva con toni scanzonati, offensivi e scomposti. Alessandra &#232; la prima persona che ho avvisato dell&#8217;arresto, e anche lei stanotte &#232; sveglia.</p><p>Rileggo le segnalazioni, innumerevoli, che ho ricevuto su Bibi, e che sono cadute nel vuoto, oscurate dal cono di fiducia cieca che si stringeva attorno a lei.</p><p>Oscurate da donne felici mentre cancellavano le raccomandazioni mediche, convinte di liberarsi dalle catene di una medicina che non le rassicura pi&#249;. Ho letto le frasi di gratitudine verso chi le invitava a far entrare il rischio in casa con il passo leggero di un ospite atteso.</p><p>Rileggo, anche, uno stralcio della mia inchiesta, che oggi mi fa male. </p><p><strong>Mi fa male soprattutto la parte in cui un&#8217;utente ringrazia l&#8217;ostetrica per averle consentito di partorire in casa anche in una circostanza in cui ben tre ospedali le avevano detto che avrebbe avuto necessariamente bisogno del cesareo. Solo che il suo bambino &#232; ancora vivo. </strong></p><p><strong>Oggi, quella testimonianza, mi sembra una profezia capovolta e mi mette i brividi.</strong></p><p><em>&#8220;[...] Lo scopo della pagina dell&#8217;ostetrica &#232; quello di sfatare quelli che definisce falsi miti della ginecologia e ostetricia italiana, sovvertendo di fatto le linee guida dell&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanit&#224;. Ad esempio, in pi&#249; video presenti sui suoi canali social suggerisce alle gestanti di interrompere le ecografie ad inizio gravidanza e di non portare i neonati dai pediatri.</em></p><p><em>L&#8217;Ostetrica Senza Filtri definisce il ricorso al cesareo quando il feto si presenta in posizione podalica un errore da attribuire alle procedure adottate in Italia, dove &#171;non utilizzano le vere evidenze scientifiche&#187;. A suo dire, invece, un parto podalico potrebbe addirittura avvenire in casa. Questa procedura in Italia non si attua, e ci sar&#224; un perch&#233;.</em></p><p><em>Il negazionismo dell&#8217;ostetrica riguarda ogni sfera della cura di gestante e neonato. Consiglia di sostituire gli integratori di vitamina D (che i pediatri prescrivono ai neonati) con pillole del marchio Juice Plus, che molti ricorderanno per l&#8217;inchiesta che lo ha investito. Riguarda anche patologie come diabete gestazionale e toxoplasmosi, rischiosissime per gestante e feto e per le quali si effettuano numerosi e attenti controlli periodici.</em></p><p><em>&#171;Fatevi dei bei panini con il prosciutto crudo e mandatemi delle foto, vi aspetto!&#187;, recita un post pubblicato sui social dell&#8217;ostetrica il 15 aprile 2024. Per i non avvezzi al mondo della gestazione, i salumi non si possono mangiare in gravidanza, proprio per il rischio di toxoplasmosi, che pu&#242; provocare al feto malformazioni incompatibili con la vita.</em></p><p><em>Sotto al video in questione centinaia di donne scrivono di aver seguito il suo consiglio. &#171;Avevo visto questo video mesi fa e ho iniziato a mangiare crudi in gravidanza, in effetti mio figlio &#232; nato sanissimo. Grazie Bibi per avermi liberata, grazie grazie!&#187;, scrive, tra le tantissime, un&#8217;utente. Convinta che la propria singola e fortunata esperienza faccia statistica.</em></p><p><em>Sul portale dell&#8217;Ostetrica Senza Filtri un&#8217;utente scrive: &#171;Grata per questo progetto. Bibi mi ha seguito passo a passo in questo percorso. Ben 3 ospedali mi han confermato che avrei dovuto eseguire il taglio cesareo. Ma io sapevo che c&#8217;era un&#8217;alternativa. E cos&#236; &#232; stato. Ho partorito a casa mio figlio podalico. Consiglio a tutti di iscriversi alla Mamma Informata Academy.&#187;. &#200; la dimostrazione del fatto che la comunicazione di questa ostetrica funziona: le persone si fidano di lei, al punto da trasgredire le linee guida del sistema sanitario nazionale pur di starle dietro. [...]&#8221;</em></p><p>Quando &#232; uscita l&#8217;inchiesta l&#8217;ostetrica mi ha sbeffeggiata sul suo profilo, e la cosa mi tormentava non tanto per lo sberleffo, figuriamoci, quanto per l&#8217;impunit&#224; che perseverava a caratterizzare il suo operato, anzi aumentava nonostante tutto quel lavoro che avevo fatto, che non era servito a niente.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!dCjP!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F91d79717-ede7-4918-b870-570311e1528f_369x640.jpeg" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg role="img" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><title></title><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" 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L&#8217;ostetrica non &#232; un caso isolato: &#232; il volto di un&#8217;epidemia silenziosa che non possiamo pi&#249; ignorare. La tragedia della morte di questo neonato si unisce a quelle che caratterizzano il punto pi&#249; oscuro di una storia che stiamo ancora scrivendo, quella della dilagante piaga dell&#8217;affidarsi ai guru.</p><p>Si tratta di una deriva che dilaga come muffa sui muri: l&#8217;abitudine di consegnare la propria vita, e quella dei figli, a mani che non conoscono n&#233; scienza n&#233; responsabilit&#224;. Li chiamiamo &#8220;guru&#8221;, ma sono specchi deformanti: riflettono il nostro bisogno di sentirci al sicuro, mentre trasformano le nostre paure, i nostri traumi, i nostri sogni e desideri in brand e soldi facili, spesso sporchi, impregnati di menzogna. Come la muffa, inizia dai muri, e pian piano si prende le nostre case, si insinua nel nostro respiro.</p><p>Oggi siamo chiamati, e lo credo sentitamente, a porci precise domande su questo fenomeno.</p><p>Che cosa spezza, in un genitore, il filo della ragione al punto da consegnare i figli, il bene pi&#249; prezioso, a mani che non offrono garanzia alcuna?</p><p>Quando &#232; accaduto che una boccetta d&#8217;olio essenziale, un cristallo, una tisana e teorie strampalate siano diventati rifugio preferibile alla medicina, che &#232; stata la pi&#249; luminosa conquista del nostro tempo?</p><p>Non &#232; pi&#249; il vezzo di una piccola setta di diffidenti: &#232; un fiume che straripa, che trascina via anche chi mai avrebbe pensato di seguirne la corrente.</p><p>E io, che ogni giorno ascolto madri, vedo questo fiume allargarsi. Mi chiedo, oggi pi&#249; che mai, dove la medicina abbia lasciato crepe cos&#236; profonde da far entrare la diffidenza. In quale momento la fiducia si sia frantumata, e di chi sia la colpa di questo crollo.</p><p>&#200; un allarme, ma pure una sconfitta. Perch&#233; forse siamo stati anche noi a spingere il carro nella direzione sbagliata. Abbiamo pagato corsi di svezzamento e di sonno tenuti da consulenti &#8220;autocertificate&#8221;, capaci di comunicazioni ben pi&#249; accattivanti di quelle del nostro medico di famiglia.</p><p>Abbiamo pensato che in effetti s&#236;, quella consulente sa quello che dice. Forse pi&#249; del nostro pediatra.</p><p>E cos&#236;, piano, abbiamo quasi smarrito il confine tra il desiderio di sperimentare nuove forme di genitorialit&#224; e il pericolo dell&#8217;incuria.</p><p>Quel confine &#232; fragile, sottilissimo, e quando si tratta dei bambini, oltrepassarlo pu&#242; voler dire consegnarli al rischio. E non possiamo permettercelo.</p><p>Gli spazi sanitari, la medicina, pi&#249; nello specifico, a volte &#232; deficitaria, soprattutto in termini di umanit&#224;. Ma abbandonarla per abbracciare pratiche insicure e private non &#232; ribellione, &#232; resa.</p><p>La risposta non &#232; fuggire dal sistema, ma pretendere che si trasformi: che il Servizio Sanitario diventi pi&#249; umano senza smettere di essere sicuro.</p><p>Questo non accadr&#224; finch&#233; ognuno pagher&#224;, in solitudine, il proprio guru, trasformando la cura in privilegio.</p><p>Non accadr&#224; finch&#233; rinnegheremo la medicina e lo spazio di salute pubblica.</p><p>Accadr&#224; solo se ci uniremo, se torneremo a difendere insieme ci&#242; che &#232; giusto. E dobbiamo farlo non solo per le vite di cui abbiamo la responsabilit&#224;, ma anche per ogni vita che oggi vita pi&#249; non &#232;, che &#232; stata tradita dall&#8217;illusione.</p><p>Quel pianto mai nato ci urla in faccia che non si gioca con la vita, e che ogni guru trova forza nel silenzio di chi minimizza, derubrica, ignora gli allarmi. Che qui ci sono stati, ed erano forti e chiari.</p><p>Non permettiamo mai pi&#249; che altre mani accolgano la vita solo per consegnarla, irrimediabilmente, nelle mani scarne della morte. Non giriamoci dall&#8217;altra parte, non sentiamoci migliori di chi casca in queste reti, abbandonandolo nelle maglie del rischio.</p><p>Non si da cos&#236; una notizia.</p><p>Giornalisticamente, un fatto si dovrebbe raccontare restando fuori dalla sue pieghe, per evitare che si scompagini l&#8217;ordine del tempo e delle cose. </p><p>Io non ci riesco.</p><p>Riesco solo a sentire il dolore di una tragedia che non siamo riusciti ad evitare, pur avendoci provato con forza. Riesco solo a sentire il dolore di tante, troppe voci che gridavano all&#8217;allarme forte e chiaro. Non &#232; servito a niente. Non ce l&#8217;abbiamo fatta, e adesso un bambino &#232; morto.</p><p></p><p></p><p>.</p><p>.</p><p>.</p><p></p><p>Ps: prima di salutarci, voglio dirvi che, se lo desiderate e ne avete la possibilit&#224;, potete offrirmi un caff&#232; virtuale. &#200; un piccolo gesto di sostegno al mio lavoro, ma non sentitevi in alcun modo obbligati: il mio obiettivo &#232; mantenere questi contenuti aperti e accessibili a chiunque. E cos&#236; sar&#224; per sempre.</p><p><strong><a href="https://buymeacoffee.com/francescabubba">Offrimi un caff&#232; virtuale qui</a></strong></p><p>Spero di tornare presto con nuove riflessioni condivise, intrecciando ancora una volta le nostre voci in un percorso di cura collettiva.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA["Non essere cattivo"]]></title><description><![CDATA[Di cenere e del vento]]></description><link>https://francescabubba.substack.com/p/non-essere-cattivo</link><guid isPermaLink="false">https://francescabubba.substack.com/p/non-essere-cattivo</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Bubba]]></dc:creator><pubDate>Thu, 07 Aug 2025 13:54:57 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>La storia del mio nome ha a che fare con la tragedia pi&#249; nera: la perdita di un figlio.</p><p>Mio padre &#232; il primo di quattro fratelli nati da una madre che ha lavorato nei campi fino al momento della rottura delle acque. Come Ballerina Farm, solo che il suo non era un brand, era fame.</p><p>Mia nonna quei figli li ha cresciuti come poteva, lavorando nei campi tutta la vita, facendo il lavoro &#8220;delle femmine e dei maschi&#8221; insieme. Zappava e allattava.</p><p>Poi, un giorno di pi&#249; di trent&#8217;anni fa, uno dei quattro fratelli non &#232; tornato a casa.</p><p>Le ricerche sono andate avanti per giorni eterni, prima si cercava un ragazzo, poi si cercava un corpo. Alla fine non si &#232; trovato nemmeno quello, perch&#233; quando hanno intercettato la macchina di mio zio, di lui era rimasta una paletta di cenere. Qualcuno lo aveva prima legato alla sua auto, e poi gli aveva dato fuoco.</p><p>Mio zio si chiamava Francesco e aveva poco pi&#249; di vent&#8217;anni, e io, che sono nata poco dopo, in un clima niente affatto festoso, mi chiamo Francesca per lui.</p><p>Di questa tragedia che caratterizza la mia famiglia io ho saputo da adolescente, perch&#233; la generazione dei nostri genitori amava pi&#249; i figli della verit&#224;, e ha cercato di modellarla, edulcorarla e celarla, a volte eccedendo, a volte precludendoci il diritto sacrosanto di prepararci alle insidie delle verit&#224; che avremmo incontrato fuori casa da cui il mondo non ci avrebbe risparmiati.</p><p>Forse sbagliando, ma quel che &#232; certo &#232; che lo scopo era nobile: i nostri genitori cercavano di proteggerci, con i mezzi che avevano.</p><p>Cos&#236; fino a dieci anni ho creduto a babbo natale, e fino ai quattordici ho creduto che mio zio, quello che in foto aveva sempre il suo cavallo appresso, fosse morto in un incidente d&#8217;auto. Il cavallo, inoltre, quando ha capito che mio zio non sarebbe tornato pi&#249;, si &#232; lasciato morire.</p><p>Di questa storia non ne ha scritto mai nessuno.</p><p>Non ne hanno scritto i giornali, non ci sono state inchieste, non ce n&#8217;&#232; traccia da nessuna parte e la ragione, anche questa, l&#8217;ho capita solo quando sono diventata grande.</p><p>La famiglia di mio padre era ed &#232; una famiglia di contadini della comunit&#224; arbereshe, una minoranza etnica e linguistica di origine albanese, in Italia da secoli e da secoli straniera. Gli ultimi degli ultimi, quelli per cui nemmeno i proverbi valgono, infatti sanno perfettamente che non &#232; vero che un giorno saranno i primi, perch&#233; destinati a restare intrappolati nel gradino pi&#249; infimo della scala sociale, quello che cancella, quello per cui nemmeno se muori di una morte orrenda di te resta memoria.</p><p>Di mio zio &#232; rimasta solo la cenere, e la sua vicenda non fa nemmeno politica, lotta o rivalsa. La sua memoria &#232; intrappolata nell&#8217;inconsistenza del silenzio, quella che si sfarina via col tempo e che, come cenere dimenticata fuori, vola via col vento.</p><p>Quel vento carico di cenere comunica qualcosa di preciso: niente valeva la tua vita, niente varr&#224; la tua morte.</p><p>La catena dell&#8217;invisibilit&#224; per&#242; forse oggi si spezza, perde per sempre i contorni, le maglie e la forza perch&#233;, finalmente, qualcuno ne scrive. Anche se quel qualcuno sono io, in questa newsletter. </p><p>Ho deciso di farlo perch&#233; in questo periodo mi interrogo spesso su una parola semplice, che conosciamo da quando siamo bambini (quella no, i nostri genitori non la celavano, anzi, spesso ce la buttavano addosso con leggerezza insulsa, spesso imperdonabile).</p><p>La parola &#232; cattiveria.</p><p>Si tratta di una parola che non utilizziamo quasi pi&#249;, perch&#233; oggi siamo abituati a complessificare. Forse pure dove non ci sarebbe bisogno, perch&#233; a volte la prima parola che ci viene in mente, quella che rimanda ad un concetto semplice, dozzinale e immediato, &#232; quella giusta.</p><p>Su questa parola ho iniziato a interrogarmi guardando mia nonna.</p><p>Mia nonna aveva tutto, tutto il diritto di diventare cattiva.</p><p>Aveva tutto il diritto di maledire ogni giorno che sorgeva dopo il giorno in cui le hanno ucciso il figlio. Nessuno glielo avrebbe rimproverato. Le hanno portato via l&#8217;amore che aveva messo al mondo con la fatica di una giovinezza piegata al dovere e nessuno le ha chiesto scusa. Non ha avuto giustizia, nessuno le ha restituito niente.</p><p>Ma mia nonna, miracolosamente, non &#232; diventata cattiva.</p><p>Ha continuato a vivere la sua vita, a chiedere &#8220;come stai?&#8221; agli altri. Ha continuato a prendersi cura della vita con meticolosa delicatezza, col passo lento di chi ha visto l&#8217;abisso, ma ha scelto di non somigliargli.</p><p>Ha il diritto di diventare cattivo chiunque chiunque perda una persona amata, soprattutto in circostanze terribili.</p><p>Ieri &#232; uscita la notizia del suicidio dell&#8217;uomo che aveva ucciso Sara Campanella, e da allora scorrere le stories e i commenti significa imbattersi in gente comune che racconta di brindare (letteralmente) alla morte in carcere del femminicida.</p><p>Federica di Martino &#232; la prima a problematizzare questa macabra festosit&#224; collettiva e scrive, in una serie di stories notturne: &#8220;La domanda vera &#232;: cosa avremmo dovuto e potuto fare come Stato per evitare la morte di Sara Campanella e il suicidio in carcere di Stefano Argentino? Troppo complicato rispondere. Meglio sciabolare col primo prosecco buono per la morte di un ragazzo di 22 anni senza pensare a quanto, sistematicamente, siamo stati e continuiamo ad essere parte del problema, in un sistema pi&#249; ampio, marcio fin dalle fondamenta.&#8221;</p><p>Viola Carofalo, nelle sue altrettanto illuminanti stories, scrive della legge del taglione, e pone un interrogativo tagliente e diretto: la situazione dei suicidi nelle carceri non &#232; sempre un dramma, dunque? A volte pu&#242; essere addirittura festa?</p><p>C&#8217;&#232; una cattiveria nuova, in giro. La sento addosso come aria sporca che entra dalle fessure dei social, dei notiziari, dei discorsi fatti per strada con troppa leggerezza. Una cattiveria lucida, impunita, soddisfatta. Peggio ancora: felice di s&#233;.</p><p>Gente che sorride davanti alla morte di qualcuno, che commenta con &#8220;se lo meritava&#8221; come se la vita e la morte fossero reality show con vincitori e puniti.</p><p>Forse- e in questo novero ci metto tutti, anche me stessa- abbiamo provato cos&#236; tanta rabbia da finire col mischiarla con la cattiveria. Le abbiamo fuse insieme, cos&#236; non capiamo pi&#249; dove finisce una e inizia l&#8217;altra. </p><p>La rabbia &#232; un&#8217;eredit&#224;, frutto di anni di soprusi, silenzi e ingiustizie e ce la portiamo dietro come una cicatrice cucita male. Chi tantissimo, chi quasi nulla, per sua fortuna. Ma la rabbia &#232; giusta, &#232; forza, lotta, &#232; un albero storto dai frutti amari, ma buoni.</p><p>La cattiveria &#232; un&#8217;altra cosa.</p><p>La cattiveria frutta solo veleno, non costruisce, non salva, ma soprattutto non accade: la cattiveria &#232; una scelta.<br>E non ha a che fare nemmeno con l&#8217;odio, che &#232; un sentimento, non un agire.<br>La cattiveria genera alleanze fredde, senza cura, senza amore in restituzione, perch&#233; nessuno si fida davvero di chi gode nel ferire.</p><p>E poi accade una cosa tremenda: anche il dolore che ci aveva portati l&#236;, all'inizio, perde di senso.<br>Non lo riconosciamo pi&#249;.<br>Non sappiamo pi&#249; se soffriamo per il male che abbiamo sub&#236;to o per quello che abbiamo servito agli altri.</p><p>Se soffriamo pi&#249; per le scie di distruzione che ci hanno attraversato, o per quelle che abbiamo lasciato noi, nei rapporti che abbiamo attraversato, solo perch&#233; abbiamo creduto che il nostro dolore avrebbe legittimato ogni cosa. </p><p>E questa non &#232; un&#8217;altra delle verit&#224; storpiate a cui i nostri genitori ci sottoponevano da piccoli per proteggerci. Questa &#232;, semplicemente, una bugia che ci siamo detti da soli. Una bugia figlia di un tempo che ci ha insegnato pi&#249; a darci ragione che a metterci in discussione. Pi&#249; a guardarci che a ripensarci. Pi&#249; a caricarci a vicenda, che a disinnescarci. Tanto oh, il veleno che la mia amica sta sputando in cielo torner&#224; in faccia a lei. Meglio a lei che a me, dopotutto.</p><p>Solo che l&#8217;amore non &#232; questo.</p><p>Solo che, se siamo al mondo per qualcosa, quel qualcosa non &#232; questo.</p><p>Solo che siamo migliori di tutto questo, e del nostro diritto a pensarci migliori di cos&#236; non ne parla mai nessuno.</p><p>Certe storie non sono al mondo per insegnare qualcosa a qualcuno. Non c&#8217;&#232; niente da imparare dal dolore, o almeno non sempre.</p><p>Cosa possiamo imparare dal padre di Rocca di Papa che ha ucciso l&#8217;assassino del figlio? Cosa possiamo imparare dal signore anziano che spara al ladro in casa sua perch&#233; ha paura di morire? Cosa possiamo imparare dall&#8217;ennesimo suicidio in carcere, anche quando ad ammazzarsi &#232; un uomo che ha compiuto un omicidio efferato e orrendo, orrendo per davvero.</p><p>Niente. Non possiamo imparare niente. Sono tragedie frutto di orrori sistemici, e non abbiamo il diritto di uscirne migliori, dal dolore degli altri.</p><p>Forse, per&#242;, non abbiamo nemmeno il diritto di uscirne peggiori.</p><p>Selvaggia Lucarelli in una puntata del podcast il sottosopra dice: &#8220;quel che sei non dipende da ci&#242; che ti accade intorno, ma da quello che si muove dentro. Come per il greco Pharmakon, il resto del mondo &#232; insieme antidoto, droga e rimedio. Dipende per quale scopo lo usi.&#8221;</p><p>Ecco.</p><p>Perch&#233; diventare cattivi non guarisce niente.<br>Non salva nessuno.<br>Non fa giustizia.</p><p>E quando arrediamo la cattiveria fino a farla diventare nostra, forse la casa la perdiamo.</p><p>Non diventare cattivi anche quando il mondo lo &#232; stato con noi o lo &#232; attorno a noi &#232;, forse, una forma sacra di resistenza. Questo lo insegner&#242; ai miei figli.</p><p>Perch&#233; se &#232; vero che dobbiamo lasciare un mondo migliore ai nostri figli, &#232; vero pure che dobbiamo lasciare al mondo figli migliori. Lo dice il Dottor Osvaldo Poli, e io scelgo di crederci, perch&#233; pure la fiducia &#232; una scelta.</p><p>E oggi lo so.</p><p></p><p></p><p>Ps: prima di salutarci, voglio dirvi che, se lo desiderate e ne avete la possibilit&#224;, potete offrirmi un caff&#232; virtuale. &#200; un piccolo gesto di sostegno al mio lavoro, ma non sentitevi in alcun modo obbligati: il mio obiettivo &#232; mantenere questi contenuti aperti e accessibili a chiunque. E cos&#236; sar&#224; per sempre.</p><h3><strong><a href="https://buymeacoffee.com/francescabubba">Offrimi un caff&#232; virtuale qui</a></strong></h3><p>Spero di tornare presto con nuove riflessioni condivise, intrecciando ancora una volta le nostre voci in un percorso di cura collettiva.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La fame dei figli]]></title><description><![CDATA[La fame come arma e cosa resta della madre]]></description><link>https://francescabubba.substack.com/p/la-fame-dei-figli</link><guid isPermaLink="false">https://francescabubba.substack.com/p/la-fame-dei-figli</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Bubba]]></dc:creator><pubDate>Mon, 28 Jul 2025 08:28:23 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;&#232; un suono che, da lontano, da un posto sicuro e attraverso gli smartphone, abbiamo imparato a conoscere: quello delle bombe che cadono, delle sirene che ululano, delle madri che urlano il nome dei propri figli sotto le macerie. Ma ce n&#8217;&#232; un altro, pi&#249; terribile, che non si pu&#242; nemmeno documentare. &#200; il tonfo di un neonato che muore di fame.</p><p>La fame &#232; il genocidio nel genocidio, che non lascia tracce di sangue, solo ossa di bambino leggere come polvere.</p><p>A Gaza, in questo momento, un popolo intero viene decimato sotto gli occhi del mondo, casa dopo casa, famiglia dopo famiglia, infanzia dopo infanzia. E mentre le immagini pi&#249; crude riescono a filtrare tra le maglie della censura e dell&#8217;indifferenza, ci&#242; che non vediamo &#232; ancora pi&#249; annegato nella ferocia, ancora pi&#249; in fondo: bambini troppo piccoli per camminare, troppo deboli per piangere, che muoiono di inedia.</p><p>&#200; il volto pi&#249; crudele di questo genocidio: non solo l&#8217;annientamento fisico di un popolo, ma la negazione del futuro stesso, l&#8217;estinzione lenta e calcolata della vita pi&#249; fragile.</p><p>Non so come si muore di fame, non so cosa prova un neonato quando la fame lo spegne. Se si addormenta piano, se smette di piangere all&#8217;improvviso, se il cuore rallenta calmo fino a serrarsi nelle costole, o se invece &#232; un tormento lungo, una lama che squarcia dall&#8217;interno, una mancanza che si fa buco, abisso.</p><p>A Gaza i bambini muoiono cos&#236;, in tutti questi modi tremendi messi insieme, forse.<br>L&#8217;aspetto pi&#249; lacerante di queste morti &#232; la fame come progetto. La fame come arma.<br>La fame come firma di un potere che sa esattamente cosa fa.</p><p>Israele decide cosa pu&#242; entrare e cosa no. Decide se far passare un pacco di riso, un flacone di latte, una scatola di farina. Apre o chiude i valichi come si fa con il gas, con l&#8217;acqua, con l&#8217;ossigeno. Gaza &#232; diventata un laboratorio di controllo, una gabbia in cui il cibo non &#232; nutrimento, ma argomento mortifero.</p><p>Qualche giorno fa mi sono imbattuta in una ricerca che parlava di cosa accade al cervello di una donna che diventa madre. Si perde, a quanto pare, qualche frammento di materia grigia, in particolare nelle aree del cervello legate all'empatia e alla cognizione sociale. Questo fenomeno, noto anche come "baby brain", &#232; temporaneo e indica un adattamento del cervello materno per favorire l'empatia e la cura. &#8220;La capacit&#224; di comprendere le emozioni altrui&#8221; cita lo studio.</p><p>Ho pensato, immediatamente dopo averlo letto, alle madri israeliane.</p><p>Come fanno le madri israeliane a guardare i loro figli mangiare, a sentire il suono sereno delle bocche che masticano, a preparare la colazione, a scegliere tra biscotti e cereali, mentre a pochi chilometri di distanza altre madri stringono bambini che non piangono pi&#249;? Come fanno, mentre fanno ciuf ciuf col cucchiaino, a non pensare ai bambini di Gaza che tengono la bocca chiusa per mancanza, non per capriccio?</p><p>Come fanno a non sentire la pelle accartocciarsi al pensiero di una madre che non ha nulla da offrire, nemmeno una briciola, nemmeno una goccia d&#8217;acqua pulita? Come fanno a non impazzire di fronte all&#8217;immagine reale, concreta, quotidiana, di neonati che muoiono di fame tra le braccia scarne delle loro madri? Come fanno ad allattare senza che il loro latte diventi ghiaccio nelle vene, come avviene davanti all&#8217;orrore?</p><p>Forse per loro non vale, quella cosa che accade nel cervello delle madri per favorire l&#8217;empatia. Forse loro sono immuni dal baby brain. Come fanno a vivere, a pensarsi madri, mentre si prendono cura dei loro figli e non riescono a vedere che l&#8217;amore che non si allarga, che schiaccia il dolore dell&#8217;altra, &#232; un amore nefasto.</p><p>Cosa resta della madre, se non riesce pi&#249; a riconoscere se stessa nello sguardo di un&#8217;altra madre che piange, se non trema al pensiero di un bambino che muore a stomaco vuoto, non per colpa del destino, ma per scelta dello stesso uomo che accoglie a casa la sera.</p><p>Io non le ho queste risposte, e questo testo non si pone l'obiettivo di rispondere, illuminare o informare, n&#233; si lascia sussumere dentro categorie rigide. Ma ogni lettera e ogni voce di giustizia libreremo nell&#8217;aria sul tema &#232; indispensabile.</p><p>Non lo so, dicevo all&#8217;inizio, come si muore di fame.</p><p>Ne ho parlato, per&#242;, con Michela Chimenti, che &#232; molte cose e fa molte cose, tra cui la fotogiornalista e la podcaster, e mi ha raccontato qualcosa di pi&#249; specifico, di pi&#249; doloroso, di preciso e tagliente come la specificit&#224; di un orrore calcolato sa essere.</p><p>Vi lascio con le sue parole, al termine delle quali non troverete il solito link di Buy me a coffee, ma il link di una realt&#224; in cui credo molto: il Cocomero ebook. Si tratta di un progetto di volontariato nato da un gruppo di foodblogger per raccogliere fondi per i civili palestinesi.</p><p>Il caff&#232; che di solito donate a me e di cui vi sono grata in modi inspiegabili, se potete, oggi, pu&#242; valere molto di pi&#249;.</p><p><strong>&#8220;</strong>Israele controlla da sempre la fornitura di beni e servizi, sia nella Striscia di Gaza che in Cisgiordania. Questo nel concreto significa &#8211; gi&#224; ben prima del 7 ottobre 2023 &#8211; che si &#232; arrogato il diritto di poter decidere della vita e della morte del popolo palestinese. Israele stabilisce la quantit&#224; e la qualit&#224; dell&#8217;acqua che arriva ai palestinesi; stabilisce che i palestinesi non possano pescare nelle acque di loro pertinenza, secondo il diritto internazionale, e oggi, addirittura, Israele impedisce ai palestinesi di entrare in mare nella Striscia di Gaza. Decide se e quando i palestinesi possono spostarsi per raggiungere scuole, posti di lavoro, ma anche ospedali e ambulanze. Israele da sempre impone cio&#232; che pu&#242; o non pu&#242; entrare nei Territori Palestinesi Occupati e nella Striscia. Dal 7 ottobre 2023 l&#8217;orrore di tutto questo, come ben sappiamo, si &#232; amplificato all&#8217;infinito. Gi&#224; prima di questa data infatti, Israele stabiliva l&#8217;apporto calorico del cibo destinato alla Striscia. Oggi, impedire agli aiuti umanitari di entrare per salvare la popolazione civile palestinese &#232; l&#8217;ennesima arma che Israele sferra per liberarsi senza vergogna di un <em>ospite indesiderato</em>.</p><p>Il controllo delle risorse, del cibo, dell&#8217;acqua, ma anche di farmaci, attrezzature mediche, carburante per far funzionare gli ospedali, non solo miete vittime di ora in ora, ma regala al mercato nero la possibilit&#224; di speculare su quel poco che entra. Il sistema di distribuzione funziona, ha sempre funzionato, e Israele lo sa bene. Ecco perch&#233; sta impedendo a UNRWA &#8211; Agenzia della Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi - e altre importanti Ong, presenti sul campo da decenni, di poter operare mentre concede pieni poteri a GHF &#8211; Gaza Humanitarian Foundation, nata nottetempo e promossa dagli Stati Uniti &#8211; che nulla sa del territorio e di come si gestisce un&#8217;area di crisi.</p><p>La fame come arma di guerra non &#232; una novit&#224;, anzi. Ma usarla davanti al mondo intero, restando impuniti, &#232; un evento da cui l&#8217;umanit&#224; tutta non potr&#224; uscire indenne. Israele ha concesso da qualche giorno la possibilit&#224; di lanciare aiuti umanitari dal cielo, ma &#232; solo l&#8217;ennesima macchina del fumo per distrarre l&#8217;occidente. Gli aiuti dall&#8217;alto sono trappole mortali, non &#232; difficile capire il perch&#233;.</p><p>Alcune famiglie egiziane hanno riempito bottigliette di plastica con farina, latte in polvere e riso, nella speranza che raggiungessero Gaza. Alcune di queste sono fortunatamente arrivate a destinazione, ma rappresentano un gesto simbolico, non una soluzione. Per farci sentire come societ&#224; civile, non bastano eclatanti gesti simbolici, ma azioni che possano salvare la vita al popolo palestinese per pi&#249; di qualche ora. Un&#8217;altra Freedom Flotilla ha provato a raggiungere Gaza ed &#232; stata puntualmente fermata in acque internazionali da Israele. Se fosse riuscita nell&#8217;intento di distribuire il cibo e i farmaci a disposizione, quante persone avrebbe aiutato nel concreto? Ogni gesto &#232; valido, ogni donazione necessaria, ma come societ&#224; dobbiamo agire per fare pressione sui governi affinch&#233; permettano agli aiuti umanitari &#8211; che ci sono &#8211; di entrare, senza nascondersi dietro l&#8217;ennesimo slogan sul diritto a difendersi.&#8221;</p><p>Grazie per aver letto fin qui.</p><p><a href="https://cocomero.premiate.org/it?fbclid=PAZXh0bgNhZW0CMTEAAae4qoSQ7fRnk5oNywCH69nDyr9X7kREQW40-10Yas3rApvMjQsNovAel2lcxg_aem_WjjNT7VjDzDeVg5ACODb_g">Link per le donazioni Cocomero</a></p><p></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Cucina di classe-Estate]]></title><description><![CDATA[L&#8217;estate &#232; il tempo in cui le disuguglianze sociali si esacerbano.]]></description><link>https://francescabubba.substack.com/p/cucina-di-classe-estate</link><guid isPermaLink="false">https://francescabubba.substack.com/p/cucina-di-classe-estate</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Bubba]]></dc:creator><pubDate>Tue, 24 Jun 2025 07:07:37 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;estate &#232; il tempo in cui le disuguglianze sociali si esacerbano.</p><p>&#200; il tempo in cui la povert&#224; trova modi nuovi di farsi vedere: &#232; nel caldo invivibile delle case senza condizionatore, &#232; nei piatti svuotati dal caro-vita, &#232; nei corpi che si trascinano pesanti e stanchi.</p><p>In questa seconda parte del nostro progetto,</p><p><strong>Cucina di Classe</strong> diventa estiva, e lo stile del ricettario si fa pi&#249; &#8220;ricercato&#8221;. Perch&#232;?</p><p>Perch&#233; possiamo creare piatti belli, colorati, curati, nutrienti e sofisticati anche con pochi euro in tasca e non si tratta di un gioco di stile, ma di un esercizio di orgoglio popolare.</p><p>Meritiamo il colore. Meritiamo il fresco. Meritiamo la bellezza. Meritiamo la qualit&#224;.</p><p>Anche se ci &#232; stato insegnato che la qualit&#224; e la bellezza si acquisiscono e padroneggiano solo salendo di classe sociale.</p><p>&#8220;Cucina di Classe &#8211; Estate&#8221; &#232; una raccolta di ricette buone da mangiare, belle da vedere, leggere da cucinare, leggere da leggere, profonde nel significato.</p><h3><strong>Piccola guida</strong></h3><p><strong>All&#8217;interno troverete 25 ricette </strong>tra cui, per le ragioni espresse nella pagina precedente, le pi&#249; raffinate che conosco, che con pochi euro mi hanno sempre fatta sentire altrove, quando l&#8217;altrove non potevo nemmeno sognarlo (tipo quest&#8217;anno pure eh, che tra trasloco e neonato la vacanza sar&#224; un miraggio).</p><p>Ad ogni modo, sono ricette che portano l&#8217;estate in casa.</p><p><strong>Troverete anche 5 ricette di cocktail analcolici.</strong></p><p>Le ricette di cocktail senza alcol sono frutto di una scelta precisa, perch&#233; la convivialit&#224; non deve escludere nessuno. L&#8217;alcol, spesso simbolo di status o trasgressione, &#232; anche una barriera economica, sociale e culturale (e penso anche alle donne in gravidanza o in allattamento).</p><p><strong>Un cocktail analcolico &#232; davvero accessibile.</strong></p><p>&#200; una forma di piacere popolare, senza compromessi, che non riproduce i consumi elitari.</p><p>La festa &#232; per tutti, non solo per chi pu&#242; permettersela o reggerla. E brindare senza alcol &#232; un gesto di libert&#224;, cura e uguaglianza.</p><p><strong>E 5 ricette di dolci/gelati</strong></p><p>Velocissimi, sani e riproducibili persino da me che sono una frana con i dolci.</p><p>La bellezza, anche quella gastronomica, non deve essere un privilegio. E questa bellezza &#232; un linguaggio nostro, non prestato dall&#8217;alto, ma costruito dal basso.</p><p>Siamo chi lotta, ma anche chi crea.</p><p><strong>L&#8217;eleganza &#232; di chi se l&#8217;&#232; sempre saputa inventare.</strong></p><p><strong>Come la cucina.</strong></p><h3><strong><a href="https://drive.google.com/file/d/1bi1IBEEop4TMIUqEbwHWoszc5Xny-k9h/view">Leggi qui Cucina di Classe</a><br></strong></h3><p><strong>Prima di salutarci.</strong></p><blockquote><p>Se vuoi, puoi sostenere il mio lavoro offrendomi un caff&#232; virtuale.<br>Sia chiaro, solo se vuoi e puoi permettertelo. Nessuno sar&#224; mai escluso dai miei contenuti, perch&#233; questo spazio rester&#224; aperto e gratuito per sempre.</p></blockquote><h4><strong><a href="https://buymeacoffee.com/francescabubba">Offrimi un caff&#232; virtuale qui</a><br></strong></h4><p>Spero di scrivere presto, insieme, nuove pagine di riflessione e di cucina economica.</p><p></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Vacanze di classe]]></title><description><![CDATA[Una rete mutualistica scoprire nuovi luoghi e abitare nuove case senza consumo.]]></description><link>https://francescabubba.substack.com/p/vacanze-di-classe</link><guid isPermaLink="false">https://francescabubba.substack.com/p/vacanze-di-classe</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Bubba]]></dc:creator><pubDate>Sat, 14 Jun 2025 06:42:15 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Ogni anno, quando l&#8217;estate arriva, un'angoscia si insinua nelle case di chi non ha la possibilit&#224; di concedersi un angolo di sollievo. La stagione calda &#232; il momento in cui la differenza tra chi pu&#242; e chi non pu&#242; permettersi una pausa diventa pi&#249; evidente, come una ferita che al sole brucia di pi&#249;. Una ferita che ha il volto di milioni di famiglie.<br><br>I genitori, in particolar modo, hanno imparato che estate significa sottrazione: centri estivi con costi proibitivi, come se la cura dei figli in estate non fosse un diritto, ma una questione di tasca, ferie sempre pi&#249; corte, sempre meno riposanti.<br><br>Le vacanze, dicevamo, non sono pi&#249; un gesto semplice, un'opportunit&#224; di fuga dalla quotidianit&#224;, ma una lotta per trovare un frammento di serenit&#224; in un mondo che spreme, riduce, umilia con il peso di un'esistenza sempre<br>pi&#249; instabile.<br><br>L&#8217;ho gi&#224; raccontato sui social, quando ero piccola, mio pap&#224;-camionista-mi portava con s&#233;, e insieme percorrevamo le strade che l&#8217;Italia ci offriva, mangiando e dormendo sul camion, lavandoci negli autogrill. Io mi stringevo tra le casse e l&#8217;asfalto, piccola e chiaccherona, a fare compagnia a un uomo che non aveva il tempo per fermarsi, che non sapeva cosa fosse una pausa, un respiro portato fino in fondo ai polmoni.<br>La vita di mio padre era fatta di ore infinite passate su strade che non gli appartenevano, ma che aveva imparato a percorrere come fossero sue, a bordo di un camion che si faceva rifugio e carcere allo stesso tempo.<br>Quando ero bambina, le vacanze, quelle vere, erano per gli altri. Per chi aveva un lavoro che non ti consumava la vita.<br><br>Le famiglie, quelle come la mia, si trovano a fare i conti con una realt&#224; di classe che non lascia scampo. Non basta lavorare duro, non basta sacrificarsi. E l&#8217;estate diventa un&#8217;altra occasione in cui i sogni di svago e di avventura devono essere rinviati, cancellati.<br><br>E mentre questo succede, oggi, i social si riempiono di immagini scintillanti di vacanze da sogno, magari promosse dalla nostra micro influencer preferita che ci piaceva perch&#233; sembrava una di noi. Una ragazza &#8220;proprio come voi&#8221; che racconta di avere gli stessi problemi e vivere di corse come noi, solo che a lei la vacanza la regalano. E, da quanto costano i family hotel che promuove, pare che quella vacanza dobbiamo pagargliela noi.<br><br>Noi, che non possiamo permetterci nulla di tutto quello che fanno di tutto per farci desiderare, ci scontriamo ancora una volta con quel senso di insufficienza che ormai conosciamo bene. Siamo colpiti da un senso di inadeguatezza che cresce ogni volta che scorriamo il feed, ogni volta che vediamo le vite di altri che sembrano cos&#236; distanti dalla nostra. La verit&#224; &#232; che questo gap, questa frattura tra chi ha e chi non ha, non &#232; solo economica: &#232; una ferita sociale, &#232; un'ingiustizia che segna una classe, una generazione, una nazione.<br><br>I bambini non vanno in vacanza, le famiglie non possono permettersi di partire, e intanto abbiamo imparato a credere che tutto ci&#242; sia normale. Che non ci sia nulla da fare, che sia solo una questione di merito, di fortuna, di soldi. Ma non &#232; cos&#236;.<br>&#200; ingiusto che una parte della popolazione possa concedersi di scoprire il mondo, mentre un&#8217;altra &#232; costretta a rimanere ferma della propria realt&#224;, senza la possibilit&#224; di staccare la spina, di scoprire, di allargare gli orizzonti. Di fermarsi, s&#236;, ma altrove. Di fermarsi senza star fermi.<br><br>&#200; qui che entra in gioco la collettivit&#224;. La rete, quella forza che negli ultimi tempi abbiamo imparato a usare per costruire connessioni, per dare vita a soluzioni innovative, a gesti che, come abbiamo visto, hanno il potere di cambiare le regole del gioco. &#200; nella collettivit&#224;, come sempre, che possiamo trovare la risposta. Perch&#233; siamo animali sociali, esseri umani fatti per muoversi, per scoprire, per arricchirsi di esperienze.<br><br>E allora, perch&#233; non possiamo fare delle vacanze un bene comune? Perch&#233; non possiamo abbattere le barriere economiche che separano chi pu&#242; permettersi di viaggiare da chi non pu&#242;?<br><br><strong>Ho creato uno spazio online, un angolo dove possiamo offrirci a vicenda ci&#242; che non abbiamo: la casa, la citt&#224;, la possibilit&#224; di scoprire. Se io devo partire per qualche giorno, posso offrire la mia casa a chi vuole scoprire la mia citt&#224;. Un atto semplice, ma potente. Un atto che ci restituisce quella solidariet&#224; che il sistema che ci sospinge all&#8217;individualismo pi&#249; sfrenato ha cercato di cancellare, un atto che riporta il viaggio, la scoperta, la bellezza alla portata di tutti.</strong><br><br>Questo &#232; il nostro atto di resistenza, la nostra risposta a un mercato che dimostra che il mondo &#232; di chi pu&#242; comprarselo.<br>Noi possiamo costruire un altro modello, un altro modo di vivere le vacanze, un altro modo di abitare questo tempo.<br><br>Perch&#233; il viaggio diventi di nuovo un diritto, un'opportunit&#224;, un gesto che ci arricchisce e che ci permette di essere liberi. Un gesto che ci unisce, che ci ricorda che meritiamo di essere felici, di scoprire, di imparare, di vivere esperienze luminose.<br><br>E se ci sosterremo a vicenda, se metteremo insieme le nostre case, le nostre citt&#224;, i nostri sogni, forse riusciremo a creare una societ&#224; in cui il viaggio non sia un privilegio di pochi, ma un diritto di tutti. Un mondo in cui nessuno sia costretto a restare fermo, dove la nostra casa, la nostra citt&#224;, possano diventare casa per qualcuno, per un po&#8217;. Gratuitamente.<br><br>Se ormai ogni cosa si pu&#242; vendere, che almeno il mondo che abitiamo resti quanto pi&#249; possibile invendibile.</p><h2><strong>Come funziona concretamente?</strong></h2><h3>1. <strong>Si trova qualcuno che offre la sua casa</strong></h3><ul><li><p>Sul sito <strong><a href="https://condivisionecura.netlify.app/second_page">Condivisione &#232; cura (cliccando qui</a>) </strong>trovate la sezione &#8220;Offro sostegno oggetti e scambio casa&#8221; dove poter offrire il vostro spazio per qualche giorno. Troverete anche la sezione &#8220;Cerco scambio casa&#8221; dove potete cercare se tra le varie dispponibilit&#224; ce n&#8217;&#232; qualcuna che fa al caso vostro.</p></li><li><p>Le sezioni fanno riferimento ad uno scambio, ma non siete assolutamente tenuti alla reciprocit&#224;: potete offrire le case anche se voi non usufruirete di quelle altrui e viceversa. </p></li><li><p>A differenza del portale Home exchange, che resta una buona soluzione, non siete tenuti a scambiare per forza, non serve accumulare punteggi o premi. Lo scambio &#232; libero, perch&#233; l&#8217;idea si regge sulla <strong>fiducia</strong> e sulla convinzione<strong> che la casa &#232; un bene da condividere.</strong></p><p></p><h3>2. <strong>Ci si accorda sui dettagli</strong></h3></li></ul><ul><li><p>Date, durata, numero di persone.</p></li><li><p>Regole della casa, cose da sapere (animali, piante, vicini, ecc.).</p><p></p><h3><strong>3. Si va in vacanza!</strong></h3></li><li><p>Si lasciano le <strong>chiavi</strong> (di persona o con un amico/portachiavi smart).</p></li><li><p>Ognuno <strong>vive nella casa dell&#8217;altro</strong> come se fosse la propria, rispettandola.</p></li></ul><p></p><p>E cos&#236;, possiamo dare vita ad un altro modo di andare in vacanza: etico, gratuito e comunitario. E l&#8217;estate, pian piano, potr&#224; tornare ad essere anche per noi, forse, il periodo della leggerezza. </p><p>Questo, di certo, non sovertir&#224; le logiche del mercato, ma possiamo aiutarci a vicenda affinch&#232; non ci stritoli fino alla fine.<br>Certo, iniziamo solo con l&#8217;Italia. Ma chiss&#224;! Qualcuno che mi vive accanto da due anni mi ha insegnato a credere nell&#8217;utopia.<br>E ha ragione.</p><p></p><p>Ps: prima di salutarci, voglio dirvi che, se lo desiderate e ne avete la possibilit&#224;, potete offrirmi un caff&#232; virtuale. &#200; un piccolo gesto di sostegno al mio lavoro, ma non sentitevi in alcun modo obbligati: il mio obiettivo &#232; mantenere questi contenuti aperti e accessibili a chiunque. E cos&#236; sar&#224; per sempre.</p><h3><strong><a href="https://buymeacoffee.com/francescabubba">Offrimi un caff&#232; virtuale qui</a></strong></h3><p>Spero di tornare presto con nuove riflessioni condivise, intrecciando ancora una volta le nostre voci in un percorso di cura collettiva.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Festa della mamma]]></title><description><![CDATA[Una voce per sempre]]></description><link>https://francescabubba.substack.com/p/festa-della-mamma</link><guid isPermaLink="false">https://francescabubba.substack.com/p/festa-della-mamma</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Bubba]]></dc:creator><pubDate>Sun, 11 May 2025 09:35:07 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>La scorsa settimana ha messo a dura prova la mia maternit&#224;.</p><p>Avevo partorito da nemmeno venti giorni, e mio figlio grande &#232; stato ricoverato a causa di una delle innumerevoli ed imprevedibili influenze che circolano all&#8217;asilo.</p><p>In quei giorni dolorosi mi sono divisa tra il mio bambino in ospedale e il mio neonato a casa. Mi sono sentita una madre insufficiente, non solo divisa a met&#224;, ma spaccata a met&#224;. Era solo un&#8217;influenza e sapevo che il mio bimbo sarebbe stato meglio presto, ma il dolore di quei giorni di pieno post parto, la preoccupazione costante, il terrore dislucido che tutto sarebbe degenerato, il dispiacere di sentirmi smaniare quando ero a casa con il neonato perch&#233; pensavo a mio figlio in ospedale senza di me, e di sentirmi allo stesso modo quando ero in ospedale perch&#233; pensavo al mio neonato a casa senza di me, mi hanno segnata. Mi &#232; rimasta addosso la paura.</p><p>Passer&#224;, certo.</p><p>Avrei voluto, e forse meritato, un post parto in totale serenit&#224;, ma questa &#232; la mia vita e forse imparare a restare in piedi, surfando sulle onde di quello che deve essere ed esercitandosi ad evitare che il corso delle cose che vanno come devono andare s&#8217;inceppi, &#232; tutto quello che posso imparare a fare. Conviene imparare a campare sotto il cielo del &#8220;nonostante le difficolt&#224;, sono ancora io&#8221;, mia madre me lo ha sempre detto.</p><p>In quei giorni esistevano solo i miei figli e, sebbene io cerchi sempre di sospendere il giudizio morale, ho pensato con orrore ai genitori che, nella mia situazione, continuavano a chinarsi al cospetto del Dio engagement, a suon di story strategiche in bianco e nero con braccine e flebo, post con diagnosi e videosaluti del bimbo, e tutte le altre scene a cui nonostante tutto non ci siamo ancora davvero abituati, o almeno io. Per fortuna mi fanno ancora impressione certe scorrettezze nei confronti di bimbi in situazioni di difficolt&#224;.</p><p>Oggi &#232; la festa della mamma, e ho imparato, in questi indimenticabili anni da madre, che la maternit&#224; &#232; tra le forme di collettivit&#224; pi&#249; forti che abbia mai visto.</p><p>Ho a disposizione innumerevoli caratteri da imprimere su queste pagine, e la cosa pi&#249; lontana dal mio materno che potrei fare oggi &#232; proprio usare questi caratteri scrivendo del mio materno.</p><p>L&#224; fuori, e lo abbiamo imparato forse da poco, forse insieme o forse non lo sappiamo ancora fino in fondo, ci sono infinite maternit&#224; che devono essere viste, studiate, osservate, celebrate, ricordate, salvate.</p><p><strong>Oggi questo tempo notturno, con il mio neonato che mi dorme sul petto e mio figlio Mattia, che mi fa impressione definire &#8220;figlio maggiore&#8221; perch&#233; &#232; piccolo come un fiore, dorme tra me e Alessandro, lo voglio dedicare alle madri pi&#249; importanti: quelle che non conosciamo.</strong></p><p>Abbiamo usato tante parole per descrivere la maternit&#224;, in questi anni di rivendicazione.</p><blockquote><p>Oggi voglio parlare delle maternit&#224; del silenzio.</p></blockquote><p>Il silenzio delle culle vuote. Quello della madre che prova a vedere, con un cuscino sotto la pancia, come sarebbe stato se.</p><p>Quello della madre che &#232; diventata mamma solo per perdere, subito dopo, il suo bambino. Che nessuno chiama mamma, perch&#233; il mondo misura tutto in anni, non in intensit&#224;.</p><p>Quello della madre che non c&#8217;&#232; pi&#249;, che muore con la paura di chi sa che non vedr&#224; i suoi figli diventare grandi. Che lascia un bambino che prima si addormentava solo stringendo la mano della sua mamma. Che di notte cerca ancora quella mano.</p><p>Quello della madre che ha perso i suoi figli, che tiene il conto degli anni che avrebbe oggi, la sua bambina, ad esempio, se fosse ancora qui. A cui il mondo impone di andare avanti, come se la carne potesse dimenticare.</p><p>Quello della madre a cui sono stati tolti i figli. Pure lei tiene conto degli anni che oggi hanno i suoi figli. Sa che i suoi figli sono da qualche parte, ad avere magari nove e undici anni, senza di lei.</p><p>Quello della madre che ha partorito da sola. Che ha pianto senza gridare, perch&#233; non c&#8217;era nessuno a sentire.</p><p>Quello della madre che fa la valigia in silenzio, con due vestiti e un pupazzo, e scappa da chi le ha insegnato la paura.</p><p>Quello della madre che vive in un altro Paese, che manda foto e messaggi vocali e sente i suoi figli crescere lontani, a ore di fuso e abbracci sospesi. Che impara una lingua nuova, e prega che questo non le storca i lineamenti, cos&#236; i figli la riconosceranno, quando torner&#224;.</p><p>Quello della madre che ha perso s&#233; stessa nella depressione post parto, e nessuno se n'&#232; accorto, perch&#233; il bambino stava bene.</p><p>Quello della madre che cresce i figli da sola, che dice "ce la facciamo", ma ha paura di non farcela pi&#249;.</p><p>Quello della madre che ha un figlio in carcere.</p><p>Quello della madre che ha compiuto scelte sbagliate.</p><p>Quello della madre adolescente, che si ritrova grande in un corpo piccolo, e nessuno le dice pi&#249; &#8220;hai tempo&#8221;.</p><p>Quello della madre traumatizzata, a cui nessuno chiede &#8220;come stai&#8221; perch&#233; il suo dolore mette a disagio.</p><p>Quello della madre che ha adottato, e ogni giorno lotta con un amore che cresce piano, tra ferite che non conosce e che deve imparare a gestire.</p><p>Quello della madre che aspetta un figlio in affido, sapendo che potrebbe doverlo lasciare andare.</p><p>Quello della madre che ha un figlio che non parla, e che ha imparato a decifrare ogni sguardo, ogni gesto, ogni respiro, come fosse una lingua segreta.</p><p>Quello della madre che ha un figlio che soffre.</p><p>Quello della madre che non si sente madre, anche se ha un figlio, perch&#233; l&#8217;amore non &#232; arrivato subito, e la vergogna &#232; arrivata prima.</p><p>Quello della madre che ha un figlio che la respinge, che le dice "non ti voglio", e lei resta, comunque.</p><p>Quello della madre che ha visto suo figlio cambiare lentamente, spegnersi un poco alla volta, senza sapere perch&#233;.</p><p>Quello della madre che spazza il pavimento di una casa che non sar&#224; mai sua.</p><p>Quello della madre che rischia di perderlo, quel pavimento.</p><p>Quello della madre che ha dovuto scegliere tra nutrire i suoi figli e pagare l'affitto. E ha scelto i figli, come sempre.</p><p>Quello della madre che alla fine quel pavimento e quel tetto sulla testa li ha persi, e inventa ogni sera una favola diversa per far sembrare il materasso a terra un castello.</p><p>Quello della madre che teme che suo figlio si vergogni di lei.</p><p>Quello della madre che si &#232; ammalata e ha tagliato i capelli davanti al suo bambino, facendo finta che fosse un gioco.</p><p>Quello della zia che ha cresciuto i nipoti come fossero suoi, senza mai farsi chiamare mamma. Che ha lasciato indietro i suoi sogni per curare quelli di qualcun altro.</p><p>Quello della sorella maggiore che ha fatto da madre troppo presto, che si &#232; messa in mezzo alle urla, che ha cucinato, consolato, protetto.</p><p>Quello della nonna che torna madre quando i genitori non possono esserlo.</p><p>Quello della compagna di pap&#224;, che ama un figlio non suo, senza riconoscimenti, solo con gesti.</p><p>Quello della vicina che preparava la merenda, che accoglieva i bambini come fossero i suoi, perch&#233; il quartiere aveva bisogno di madri sparse ovunque.</p><p>Quello della madre che invecchia e dimentica il figlio che ha cresciuto, lo scambia per qualcun altro, e ogni volta &#232; un addio nuovo.</p><p>Quello della madre che vive in una guerra, che stringe i figli tra le braccia come fossero l&#8217;unico scudo rimasto.</p><blockquote><p><strong>A tutte queste madri, auguro, oggi, una voce per sempre.</strong></p></blockquote><p></p><p></p><p></p><p></p><p>Ps: prima di salutarci, voglio dirvi che, se lo desiderate e ne avete la possibilit&#224;, potete offrirmi un caff&#232; virtuale. &#200; un piccolo gesto di sostegno al mio lavoro, ma non sentitevi in alcun modo obbligati: il mio obiettivo &#232; mantenere questi contenuti aperti e accessibili a chiunque. E cos&#236; sar&#224; per sempre.</p><h3><strong><a href="https://buymeacoffee.com/francescabubba">Offrimi un caff&#232; virtuale qui</a></strong></h3><p>Spero di tornare presto con nuove riflessioni condivise, intrecciando ancora una volta le nostre voci in un percorso di cura collettiva.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Partorire ]]></title><description><![CDATA[Di intimit&#224;, emozioni consumate, riflessioni e non racconti.]]></description><link>https://francescabubba.substack.com/p/partorire</link><guid isPermaLink="false">https://francescabubba.substack.com/p/partorire</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Bubba]]></dc:creator><pubDate>Wed, 23 Apr 2025 11:00:46 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Alessandra Amoroso ha appena rivelato di essere incinta. Forse ancora non ha avuto il tempo di realizzarlo, forse &#232; ancora sospesa nel mistero fragile dei primi giorni, e gi&#224; le chiedono: <em>"Che cos&#8217;&#232; per te la maternit&#224;?"<br></em>Gi&#224; le mettono in bocca parole importanti, le chiedono un monologo (Le Iene) un'intervista (Vanity Fair, Radio 105) un pensiero profondo &#8212; come se questo suo nuovo stato fisico ed emotivo debba essere immediatamente decodificato, verbalizzato, reso contenuto. In altre parole, consumato.</p><p>Allo stesso modo, sui social corti di influencer si affannano a raccontare ogni stralcio della loro neo maternit&#224; con il dichiarato intento di normalizzare cose che per noi povere criste da mo che sono normalizzate.</p><p>Mi viene in mente una story di Ludovica Valli di qualche tempo fa, in cui raccontava di aver trascorso una notte insonne a causa del suo terzo figlio neonato, con la frase a corredo figlia del nostro tempo pi&#249; dei nuovi font Instagram che ha usato per imprimerla: &#8220;normalizziamo che la vita di una mamma &#232; anche questo!&#8221; che a leggere quella story veniva da chiedersi &#8220;che c&#8217;&#232; da normalizzare? Chiunque viva senza tate a seguito lo sa bene che le occhiaie fanno parte del corredino secondo figlio (ma pure primo). Le mette gi&#224; in valigia mesi prima assieme ai body e alle salviettine gusto <em>talco non talco.&#8221;</em><br><br></p><p>Io ho partorito da poco. Mi &#232; parso chiaro, in questi giorni, che da me ci si aspettava un racconto dettagliato di come sono questi primi giorni di vita nuova. Una rassicurazione, uno storytelling. Come Mattia Levi sta vivendo l&#8217;arrivo del fratellino, come va l&#8217;allattamento, quanto ci ho messo a partorire, se il Sahebi gli canta Bella ciao come ninna nanna (spoiler:s&#236;).</p><p>Non ho vissuto con invadenza queste domande, anzi, sono molto grata a chi si prende il tempo di pensare a me. Come ho gia raccontato su Instagram, forse pure questo abbiamo rischiato di perdere in questi anni in cui siamo stati sospinti all'individualismo pi&#249; sconfinato: apprezzare quando qualcuno si interessa genuinamente a noi. Dal giustamente problematizzare il parente invadente che a Natale ci fa l'interrogatorio abbiamo rischiato di fare un calderone di "CHIUNQUE chieda di me &#232; invadente".</p><p>E invece a volte &#232; premura. Gentilezza e premura. &#200; importante allenarci a compiere certi distinguo.</p><p>Ad ogni modo, questo mi ha fatto molto riflettere sul tempo che stiamo vivendo e la velocit&#224; con cui pretende di fagocitarci.</p><p>Io a chi mi chiede come sta andando non so bene cosa rispondere, perch&#233; mi sto allenando a non chiedermelo.<br>Non voglio cercare metafore perfette per raccontare cosa sto vivendo, voglio prima stare in questa fase, poi forse capirlo io.</p><p>Quello che oggi vivrei con assoluta forzatura sarebbe ridurre a un post la rivoluzione che mi sta attraversando il corpo, la testa, la carne. Sto imparando ad accettare che ancora non ho nulla da dire se non grazie.</p><p>La maternit&#224; non &#232; una dichiarazione. &#200; uno smottamento.<br>&#200; una voragine e una culla, insieme.<br>E forse questo tempo ci ha costretti a credere che riempire quella voragine di parole pubbliche e piene avrebbe scongiurato il rischio di lasciarla vuota per sempre.</p><p>A volte, invece, &#232; solo questione di tempo.</p><p>Qualcosa per&#242;, che &#232; pi&#249; una serie di pensieri sparsi, disordinati, crudi e spannometrici, mi sento di metterla a terra in queste pagine di riflessione.</p><p>Il secondo figlio, e questa &#232; l&#8217;unica cosa che mi sento di imprimere sulla pietra, arriva (anche) per stravolgere molte delle granitiche certezze della madre.</p><p>Sebbene fosse il secondo parto, non mi sentivo preparata: avevo portato con me solo coraggio e respiro. Pensavo di essere chiamata a essere forte per ore, a lottare per questa nascita, e invece ho imparato che certi amori sanno nascere dal crollo. Dopo aver lottato contro il dolore di inizio travaglio &#232; arrivata l&#8217;epidurale, cos&#236; sono crollata nel sonno, ed &#232; allora che mio figlio &#232; stato pronto per nascere.</p><p>Il mio secondo figlio &#232; venuto al mondo quando mi sono abbandonata e ho smesso di lottare e di resistere (senza l&#8217;epidurale non ci sarei riuscita, ancora una volta la medicina mi ha regalato il ricordo indelebile di un parto meraviglioso).</p><p>Cos&#236; in poche ore mi hanno messo un mondo nuovo in braccio. Un mondo con stagioni, tempeste, albe, e un sole tutto suo. Un mondo che sto scoprendo piano piano, con lentezza, silenzio e intimit&#224;. Aspettavo un grido di un neonato, ed &#232; arrivata una voce che mi abiter&#224; per sempre. Lui strillava da fuori, e io mi sentivo la voce nel petto.</p><p>Il personale &#232; stato gentile. Con me e con tutte le altre ragazze che ho incontrato in quei giorni in ospedale. Una mia compagna di stanza non parlava bene l&#8217;italiano, e ho osservato le infermiere insistere pi&#249; e pi&#249; volte sullo spiegarle che aveva diritto agli antidolorifici nella degenza, raccomandandole di suonare il campanello ogni volta che voleva e rassicurandola ciclicamente sulle condizioni del suo bimbo venuto al mondo un po&#8217; in anticipo e che ancora non poteva tenere in braccio.</p><p>Mi sono accorta di aver osservato con stupore questa cura che invece non &#232; altro che la norma. Non &#232; altro che &#8220;come dovrebbe essere&#8221;. Cos&#236; come quando prendo il treno con Mattia Levi e scopro che i passeggeri sono gentili e amorevoli con lui, a dispetto dei vari Musazzi che su Instagram ci danno l&#8217;impressione di essere capibranco di orde di odiatori di bambini pronti a forconarci per la sola colpa di esistere e partecipare alla vita pubblica, mi sono scoperta stupita dalle cose che semplicemente trovano il modo di andare bene. Forse la sovra permanenza social ha finito per assuefarci alle cose che vanno male, alle brutture, alle storture. E questo, con il mio secondo figlio in braccio, prometto di combatterlo.</p><p><strong>Romeo Sole &#232; identico al suo pap&#224;, mi piace pensare di averlo amato cos&#236; tanto, quest&#8217;uomo cos&#236; buono, da essermelo replicato nella pancia.</strong></p><p>Romeo Sole si chiama cos&#236; perch&#233; Romeo &#232; un nome che mi fa immediatamente pensare all&#8217;amore. Si chiama Sole perch&#233; il nonno del Sahebi si chiamava cos&#236; e quando me lo ha detto me ne sono innamorata, e perch&#233; la gravidanza interrotta dello scorso anno, se fosse proseguita, avrebbe dato al mondo una piccola Luna.</p><blockquote><p>Come le cose a volte trovano il modo di andare bene, anche la luce a volte trova semplicemente il modo di splendere.</p></blockquote><p></p><p>Grazie a tutti per le premure, ne ho sentito ogni stralcio, mi &#232; arrivato in casa ogni prisma di questa luminosa vicinanza. Non la dimenticher&#242;.</p><p></p><p>Ps: prima di salutarci, voglio dirvi che, se lo desiderate e ne avete la possibilit&#224;, potete offrirmi un caff&#232; virtuale. &#200; un piccolo gesto di sostegno al mio lavoro, ma non sentitevi in alcun modo obbligati: il mio obiettivo &#232; mantenere questi contenuti aperti e accessibili a chiunque. E cos&#236; sar&#224; per sempre.</p><h3><strong><a href="https://buymeacoffee.com/francescabubba">Offrimi un caff&#232; virtuale qui</a></strong></h3><p>Spero di tornare presto con nuove riflessioni condivise, intrecciando ancora una volta le nostre voci in un percorso di cura collettiva.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Ossessioni, inconsapevolezze, gestazioni e matrioske]]></title><description><![CDATA[Tempo di lettura: 9 minuti]]></description><link>https://francescabubba.substack.com/p/ossessioni-inconsapevolezze-gestazioni</link><guid isPermaLink="false">https://francescabubba.substack.com/p/ossessioni-inconsapevolezze-gestazioni</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Bubba]]></dc:creator><pubDate>Mon, 10 Mar 2025 12:06:42 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Tra qualche giorno sar&#224; il mio compleanno.</p><p>Compio trentadue anni, e sto per dare alla luce il mio secondo figlio.</p><p>Di gravidanze, per&#242;, ne ho vissute ben pi&#249; di due. La prima mi &#232; esplosa addosso sulla soglia dei miei vent&#8217;anni, nella pi&#249; totale inconsapevolezza, ed &#232; finita in tragedia, ma oggi non voglio arare quel tracciato di vita doloroso, non &#232; di questo che voglio scrivere.</p><p>Voglio soffermarmi sull&#8217;inconsapevolezza. Vi anticipo gi&#224; che in fondo a questo testo troverete un&#8217;ampia bibliografia per approfondire i temi che tratter&#242; nel corso dello scorrere delle parole.</p><p>Quando sono rimasta incinta di Mattia Levi di anni ne avevo ventisette, ma non mi sentivo molto pi&#249; consapevole. Ho seguito corsi preparto (per l&#8217;inchiesta che ho condotto l&#8217;anno successivo ne ho seguiti diversi, ma mi sembravano tutti uguali, tutti monchi) ci siamo svenati per pagare ginecologi privati a cui porre le nostre domande senza riserve, ma quando una materia &#232; avvolta dalla vaghezza del &#8220;&#232; tutto normale/&#232; tutto un terno al lotto&#8221; non si sa nemmeno che domande porre.</p><blockquote><p>Mattia &#232; nato nel mezzo di una pandemia mondiale, era il 2021.</p></blockquote><p>La prima settimana i miei parenti venivano a trovarci con le mascherine e io ero assorbita da quel meraviglioso tepore di amore e scoperta continua. Una notte, poi, mi sono imbattuta in una notizia che ancora ricordo nitidamente: era morto un neonato a causa del Covid.</p><p>Di quel momento ricordo il suono. Un tonfo nella testa.</p><p>Da quel momento il mio post parto &#232; cambiato per sempre.</p><p>Il pap&#224; di mio figlio partiva spesso per delle trasferte e io avevo la fortuna, ai tempi, di avere mia mamma che abitava accanto e che avrebbe potuto darmi una mano col bambino quando ero sola. Peccato che io, da quella notte, non sono pi&#249; riuscita a farla entrare in casa. Le mie zie bussavano alla mia porta per portarmi pietanze gi&#224; pronte e io non aprivo la porta perch&#233; terrorizzata dal contagio e dalla contaminazione dei cibi. E piangevo. Piangevo di solitudine, di fatica, di terrore, e di senso di colpa per qualcosa che non era ancora accaduto ma che, per qualche ragione, percepivo come acquattato da qualche parte, pronto a far male a mio figlio per colpa mia.</p><p>Sono uscita per fare la spesa solo un mese dopo, e durante il ritorno a casa ero disperata perch&#233; convinta di aver contratto il Covid, nonostante i guanti e la doppia mascherina. Allora sono andata a fare un tampone (negativo) ma durante il viaggio di ritorno ero disperata perch&#233; convinta di aver contratto il Covid in farmacia. Insomma, un loop di disperazione. Mia mamma e mio pap&#224; senza tampone negativo alla mano non potevano vedere me e mio figlio. Guardavo Mattia ed ero certa che avrebbe contratto il covid e che sarebbe stato male. Non era una paura, era una certezza. Sapevo che sarebbe successo, si trattava solo di capire quando e come. Sapevo che sarebbe accaduto e che sarei stata io la colpevole. Nel frattempo mi barricavo sempre di pi&#249;, sono arrivata a non uscire nemmeno in balcone, per paura che l&#8217;aria fosse contaminata. Questa situazione &#232; durata quattro mesi, e in quei mesi in cui ho pensato al Covid notte e giorno e ho immaginato vari scenari della morte di mio figlio non ho mai, mai, mai pensato di chiedere aiuto. Ho pensato che fosse incosciente chi non agiva come me. Ho pensato che tutti quelli che mi stavano attorno, che mi davano dell&#8217;esagerata, non amassero i loro figli come io amavo Mattia. Compresi i miei genitori. Mi vergogno mentre scrivo tutto questo, ma nel bozzolo di terrore che mi ero creata attorno non c&#8217;era molto spazio per pensieri puri.</p><p>Non avevo capito che avevo bisogno di aiuto.</p><p>Ieri ho pubblicato una box domande che aveva lo scopo di raccogliere tutte le ossessioni sviluppate in gravidanza e durante il post parto.</p><p>Quelle che riguardavano il post parto erano TUTTE incentrate sulla paura di essere agenti del dolore dei figli. C&#8217;&#232; chi ha scritto del timore di far del male fisico al bambino, chi visualizza il momento in cui fa sbattere la testa al bambino contro uno spigolo o uno stipite mentre lo ha in braccio, chi prima di scendere le scale immagina di lanciare il bambino, chi &#232; terrorizzato dai balconi e dalle finestre e non osa avvicinarcisi, col bambino in braccio, chi lava le mani fino a graffiarle.</p><h4><strong>Pensieri intrusivi nel post parto</strong></h4><p>Tutti ci hanno parlato del silenzio ovattato delle notti insonni, quando il respiro del neonato si fonde con il battito del cuore materno. Nessuno ci ha parlato dell&#8217;eventualit&#224; che quel battito si faccia sempre pi&#249; accelerato, e della possibilit&#224; che in quelle notti emergano pensieri laceranti. Immagini fugaci, intrusive, che raffigurano scenari impensabili: una madre che, contro ogni istinto, arreca- spesso addirittura non accidentalemente- danno al proprio bambino. Questi pensieri, tanto spaventosi quanto indesiderati, sanno insinuarsi nella mente come ombre oscure in una stanza illuminata.</p><p>Questi pensieri, pian piano, riescono a trasformarsi in ossessioni.</p><p>Le ossessioni si manifestano attraverso immagini mentali ripetitive e angoscianti, spesso focalizzate sul timore di arrecare danno al neonato. Questi pensieri sono egodistonici, ossia in netto contrasto con i desideri e i valori della madre, causando un profondo senso di colpa e vergogna (*).</p><p>Ma perch&#233; la mente partorisce queste immagini? Alcuni studi (*) suggeriscono che il cervello utilizzi questi pensieri come un meccanismo di allarme, una sorta di preparazione a possibili pericoli, sebbene distorti e amplificati. Tuttavia, la madre, gi&#224; vulnerabile nel delicato equilibrio ormonale e emotivo del post-partum, pu&#242; interpretare questi segnali come una minaccia reale alla propria sanit&#224; mentale.</p><blockquote><p>Probabilmente, se parlassimo di questi pensieri, sapremmo che c&#8217;&#232; la possibilit&#224; che siano nelle nostre teste per proteggere i nostri figli.</p></blockquote><p>Se prima di scendere una scala con un bimbo in braccio immaginiamo che cada, &#232; molto pi&#249; probabile che staremo particolarmente attente affinch&#233; non accada. Saperlo a tempo debito, forse, aiuterebbe le madri a vivere meglio quei pensieri, interpretandoli non come il terrore di incarnare il mostruoso materno, ma come intelligenza protettiva.</p><p>Tuttavia, questi pensieri intrusivi possono anche essere sintomo di un Disturbo Ossessivo-Compulsivo post-partum, una condizione che colpisce circa il 3-5% delle madri nel periodo successivo al parto*. O di depressione post partum. In ogni caso, siamo pi&#249; portate a imboscarci questi segreti nel petto che a parlarne o a chiedere aiuto. E, in questo testo che non si pone l'obiettivo di assumere alcun carattere clinico, il punto &#232; proprio questo: <strong>perch&#233; non parliamo di queste cose?</strong></p><p>Il tab&#249; che avvolge la maternit&#224; impedisce una discussione aperta su queste tematiche. La narrativa dominante esalta l'immagine della madre serena, relegando nell'ombra le sfumature pi&#249; complesse dell'esperienza materna. Questo silenzio culturale non fa che alimentare il senso di isolamento e inadeguatezza nelle donne che affrontano il percorso riproduttivo. E se nemmeno l&#8217;aumento preoccupante dei casi di cronaca nera che riguardano proprio materni isolati divenuti vettori di tragedie riesce a dimostrarci che il materno deve essere pi&#249; visto socialmente e pi&#249; indagato scientificamente, io davvero non so che bandiera issare per farci vedere.</p><h4><strong>Stranezze da gravidanza</strong></h4><p>Nella box domande di ieri molte risposte si soffermavano, invece, sulle stranezze da gravidanza.</p><p>C&#8217;&#232; chi ha scritto di convivere con una voglia irrefrenabile di mangiare l&#8217;intonaco del muro, chi deve masticare ghiaccio tutto il giorno, chi prova una passione smodata per l&#8217;odore di muffa delle cantine e delle gomme delle auto (anche io), chi per la benzina, chi annusa la pelle delle scarpe, chi vive con la spugna in mano spremendola per fare la schiuma, chi deve trattenersi dal bere l&#8217;ammorbidente, chi beve litri di aceto. Ho scelto di riportare solo le abitudini pi&#249; gettonate, che avevano almeno pi&#249; di cinque ripetizioni. Queste donne si sono mai parlate tra loro? Sapevano di non essere da sole nelle loro teste? A leggere un po&#8217; dei dm che ho ricevuto a corredo delle risposte in box pare di no, pare che ognuna si nasconda per attuare certi comportamenti. Sapevano che alcuni di questi segnali, spesso trascurati o derubricati a bizzarrie da donna incinta che, si sa, &#8220;&#232; un po&#8217; pazzerella&#8221; possono essere spie di qualcosa di cui possiamo prenderci cura? Non lo sono sempre, non &#232; una regola, ma possono esserlo. E infine, queste donne avranno parlato di queste stranezze al loro ginecologo? Io non l&#8217;ho fatto.</p><h4><strong>Il desiderio di odori insoliti</strong></h4><p>Immaginiamo una donna incinta che, improvvisamente, sente un'irresistibile attrazione per l'odore di gomme d'auto, di officine meccaniche, di benzina.</p><p>Questo fenomeno, spesso liquidato come una bizzarria, potrebbe invece essere il segnale di una condizione medica sottostante: l'anemia sideropenica.*</p><p>L'anemia sideropenica, causata da una carenza di ferro, pu&#242; manifestarsi con sintomi classici come stanchezza, pallore e vertigini. Tuttavia, in alcuni casi, si presenta con manifestazioni meno note, come il picacismo, un disturbo caratterizzato dal desiderio di ingerire sostanze non nutritive o dall'attrazione per odori particolari, spiega la Dott.sa Giulia Bertelli*.</p><p>Inoltre, l'aumento degli estrogeni durante la gravidanza pu&#242; intensificare la percezione degli odori, fenomeno noto come iperosmia gravidica. Questa sensibilit&#224; pu&#242; rendere alcuni profumi o aromi particolarmente sgradevoli o, al contrario, suscitarne il desiderio.*</p><p>E chi lo sapeva? Io no.</p><p>Sapete come l&#8217;ho scoperto? Grazie a un reel su Instagram. Un reel di una ragazza americana che ne parlava inserendo a corredo una bibliografia che permetteva di farsi un&#8217;infarinatura sul tema.</p><p>Corsi preparto, ginecologi, amiche e parenti, nessuno me ne aveva mai parlato. E molto probabilmente non lo hanno fatto perch&#233;, a loro volta, ne erano ignari. Come una matrioska di ingiustizie, una ne contiene dentro una pi&#249; piccola. Perch&#233; ne erano ignari? Perch&#233; la scienza non se ne &#232; occupata per tanti, troppi anni. E quando se ne &#232; occupata non ha ritenuto poi cos&#236; urgente farcelo sapere.</p><p>Perch&#233; questo accade? Qual &#232; la matrioska pi&#249; grande, che governa su tutte le altre al suo interno?</p><p>Questo accade perch&#233; la maternit&#224; &#232; una faccenda naturale, una faccenda che &#8220;va da s&#233;&#8221;. E invece, chiunque abbia vissuto il periodo che conduce al parto e quello che lo segue, sa che c&#8217;&#232; ben poco di assolutamente spontaneo nella gestazione, nell&#8217;accudimento, nella privazione del sonno, nella gestione di un neonato in generale. L&#8217;istinto &#232; certamente un&#8217;ottima bussola, ma non &#232; sufficiente. Occorre la sapienza, occorre l&#8217;accesso alle informazione, occorre la ricerca, occorre l&#8217;indagine. Occorre rompere la matrioska.</p><h4><strong>Iperemesi Gravidica: Un Calvario Invisibile</strong></h4><p>E poi c'&#232; l'iperemesi gravidica, una condizione debilitante che va ben oltre la comune nausea mattutina. Le donne che ne soffrono affrontano vomito incessante, perdita di peso, disidratazione, nausea inarrestabile. Per anni, questo disturbo &#232; stato minimizzato, considerato una semplice esagerazione dei normali sintomi gravidici. Solo recentemente la ricerca ha iniziato a svelarne le cause, individuando una componente genetica e l'implicazione di ormoni come il GDF15.</p><p>Questa scoperta, sebbene significativa, mette in luce un ritardo inaccettabile nella comprensione e nel trattamento di una condizione che ha afflitto le donne per generazioni. Un ritardo che riflette una pi&#249; ampia negligenza nei confronti della salute femminile.</p><p>Nel frattempo troppe gestanti hanno trascorso gravidanze a letto, in ospedale attaccate alle flebo e alla speranza. Qualcuna ha perso il bambino, qualcuna se stessa. Nel 2018 una donna a Empoli &#232; morta per l'iperemesi gravidica, ma non ha fatto notizia. Qualche settimana fa, invece, una donna di ventiquattro anni si &#232; tolta la vita, sfinita proprio da questa patologia che sembra, ed &#232;, un tunnel oscuro. Un incubo che non concede tregue.</p><h4><strong>La Ricerca medica e il pregiudizio di genere</strong></h4><p>La medicina, per troppo tempo, ha indossato lenti maschili, trascurando le peculiarit&#224; e le esigenze specifiche del corpo gestante. Le condizioni legate alla gravidanza e alla maternit&#224; sono state spesso relegate ai margini della ricerca scientifica, considerate di interesse limitato o secondario. Questo approccio ha portato a diagnosi tardive, trattamenti inadeguati e, soprattutto, a un senso di isolamento e incomprensione per molte, troppe donne. Non ci sono dati su questo, solo dati di fatto.</p><h4><strong>Un appello al cambiamento</strong></h4><p>Nel silenzio delle nostre case, tra le pagine dei libri e le pieghe dei pensieri, si celano tante, troppe esperienze taciute di terrori inconfessati. Il materno &#232; un&#8217;esperienza complessa, e riconoscere che pu&#242; nascondere sfumature pi&#249; cupe non la rende meno meritevole di meraviglia. La renderebbe, al contrario, meno spaventosa.</p><p>Noi madri, forse, ci chiederemmo con meno frequenza e meno terrore &#8220;che mi succede?&#8221;</p><p>Sapremmo porre le domande giuste, e chi ci sta accanto disporrebbe di pi&#249; strumenti per comprenderci e affiancarci davvero.</p><p>Insomma, soppiantando la complessit&#224; del materno non lo si protegge, lo si inquina. E le madri, troppo spesso, vengono scaraventate nell&#8217;angolo della loro esistenza. Da sole. In quell&#8217;angolo, ve lo assicuro perch&#233; ci ho abitato per un po&#8217;, si campa male.</p><p>Le storie di queste &#8220;stranezze&#8221; sono testimonianze di una realt&#224; pi&#249; ampia: quella di una medicina che ha spesso voltato le spalle alle gestanti, nello specifico. Urge cambiare rotta, abbattere le barriere del pregiudizio e pretendere una scienza medica che indaghi sulla complessit&#224; del materno. &#200; imperativo che la comunit&#224; scientifica e la societ&#224; nel suo complesso riconoscano e affrontino questo pregiudizio di genere. La salute delle gestanti non &#232; un tema di nicchia, ma una questione centrale che riguarda il benessere di intere comunit&#224;.</p><p>Solo cos&#236; potremo garantire che nessuna donna debba pi&#249; affrontare in solitudine il labirinto delle proprie sensazioni, delle proprie sofferenze e del suo cambiamento. Solo cos&#236; potremo costruire una societ&#224; in cui la salute e il benessere di ogni individuo siano davvero al centro dell&#8217;impegno collettivo.</p><p>La maternit&#224; &#232; un viaggio complesso che pu&#242; significare molte cose ma, tra le tante, non pu&#242; e non deve significare solitudine.</p><blockquote><p>Non ce la meritiamo.</p><p>Non ce la meritiamo se immaginiamo scenari orribili sui nostri bambini, di cui abbiamo persistenza retinica per mesi lunghissimi.</p><p>Non ce la meritiamo se ci nascondiamo in bagno per annusare i pennarelli o gli ammorbidenti.</p><p>Non ce la meritiamo se vomitiamo fino a pensare che sia meglio morire che vivere un altro giorno in quella gestazione.</p></blockquote><p>Per ora, per cercare di dissolvere il velo di colpa e vergogna che troppo spesso avvolge l'esperienza materna- che no, non &#232; normale- non ci rimane che attingere, ancora una volta, all&#8217;unione tra madri.</p><p>Parliamone tra noi, parlatene anche con me quando e quanto volete se non avete nessuno di pi&#249; vicino. Parliamo.</p><p>Iniziamo cos&#236; e organizziamoci per una mobilitazione che dia una scrollata consistente alla medicina di genere, perch&#233; la maternit&#224; non sia mai pi&#249; il veicolo che conduce all&#8217;angolo delle esistenze o che chiude le madri nelle matrioske.</p><p>Meritiamo di campare bene. Al centro e fuori dalla matrioska.</p><p></p><p>A presto, Francesca.</p><p></p><p>Ps: prima di salutarci, voglio dirvi che, se lo desiderate e ne avete la possibilit&#224;, potete offrirmi un caff&#232; virtuale. &#200; un piccolo gesto di sostegno al mio lavoro, ma non sentitevi in alcun modo obbligati: il mio obiettivo &#232; mantenere questi contenuti aperti e accessibili a chiunque. E cos&#236; sar&#224; per sempre.</p><h3><strong><a href="https://buymeacoffee.com/francescabubba">Offrimi un caff&#232; virtuale qui</a></strong></h3><p>Spero di tornare presto con nuove riflessioni condivise, intrecciando ancora una volta le nostre voci in un percorso di cura collettiva.</p><p><a href="https://condivisionecura.netlify.app/?fbclid=PAZXh0bgNhZW0CMTEAAabZnw39pBh-q_-qFM2VUoyZjcKCGb_8kXSikDDVKAn2Qak4aS4tJ04DRNE_aem_C8f0EP-mfIGhpglGZD_22Q">Su questo sito </a> invece potrete trovare la lista aggiornata di Condivisione &#232; cura, con possibilit&#224; di inserire annunci e ricerche in totale autonimia. C&#8217;&#232; anche la sezione Caf, da qualche giorno. Ne vado molto fiera. </p><p></p><p></p><p>Questi siti offrono informazioni dettagliate e aggiornate sui temi indicati, fornendo risorse utili per approfondire ciascun argomento.</p><p><strong>Depressione post partum:</strong></p><ul><li><p><strong>Ministero della Salute:</strong> Offre una panoramica completa sulla depressione post partum, inclusi sintomi, cause e trattamenti disponibili.<br><br></p></li><li><p><strong>Manuale MSD - Sezione Professionisti:</strong> Fornisce una descrizione approfondita della depressione post partum, rivolta ai professionisti sanitari, ma accessibile anche al pubblico generale.<br><br></p></li><li><p><strong>State of Mind:</strong> Propone articoli e approfondimenti sulla psicopatologia perinatale, inclusa la depressione post partum.<br><br></p></li></ul><p><strong>Pensieri intrusivi nel post partum e disturbo ossessivo compulsivo nel post parto:</strong></p><ul><li><p><strong>Istituto A.T. Beck:</strong> Descrive il disturbo ossessivo-compulsivo post partum, evidenziando sintomi come pensieri o impulsi indesiderati riguardanti il possibile ferimento del bambino.<br><br></p></li><li><p><strong>Postpartum Support International:</strong> Fornisce informazioni sul disturbo ossessivo-compulsivo perinatale, caratterizzato da pensieri ripetitivi, indesiderati e intrusivi, e da impulsi irrazionali ed eccessivi a compiere determinate azioni.<br><br></p></li><li><p><strong>IPSICO Firenze:</strong> Analizza il disturbo ossessivo-compulsivo post-partum, sottolineando il timore di far del male al proprio figlio, deliberatamente o involontariamente. <br><br></p></li></ul><p><strong>Anemia sideropenica e picacismo in gravidanza:</strong></p><ul><li><p><strong>Dizionario Medico Recordati/Larousse:</strong> Descrive l'anemia da carenza marziale (sideropenica) e sottolinea la sua pericolosit&#224; nelle donne in gravidanza.<br><br></p></li><li><p><strong>Ministero della Salute:</strong> Fornisce informazioni sul picacismo, un disturbo alimentare caratterizzato dall'ingestione di sostanze non commestibili, che pu&#242; manifestarsi in gravidanza.<br><br></p></li></ul><p><strong>Iperemesi gravidica:</strong></p><ul><li><p><strong>Manuale MSD - Sezione Professionisti:</strong> Descrive l'iperemesi gravidica come una forma estrema di nausea e vomito durante la gravidanza, che pu&#242; causare disidratazione, perdita di peso e anomalie elettrolitiche.<br><br></p></li><li><p><strong>Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza - Salute:</strong> Include riferimenti all'iperemesi gravidica nel contesto delle complicazioni prenatali.</p></li></ul>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Madri che uccidono]]></title><description><![CDATA[&#8220;Per crescere un figlio serve un villaggio&#8221;, si dice. Ma questo villaggio, troppo spesso, non c'&#232;.]]></description><link>https://francescabubba.substack.com/p/madri-che-uccidono</link><guid isPermaLink="false">https://francescabubba.substack.com/p/madri-che-uccidono</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Bubba]]></dc:creator><pubDate>Mon, 24 Feb 2025 15:06:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!m0Oq!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fa4ceade5-4ee9-4974-83f1-343ba88e087e_1170x1155.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!m0Oq!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fa4ceade5-4ee9-4974-83f1-343ba88e087e_1170x1155.jpeg" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!m0Oq!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fa4ceade5-4ee9-4974-83f1-343ba88e087e_1170x1155.jpeg 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!m0Oq!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fa4ceade5-4ee9-4974-83f1-343ba88e087e_1170x1155.jpeg 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!m0Oq!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fa4ceade5-4ee9-4974-83f1-343ba88e087e_1170x1155.jpeg 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!m0Oq!,w_1456,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fa4ceade5-4ee9-4974-83f1-343ba88e087e_1170x1155.jpeg 1456w" 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class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg role="img" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><title></title><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" 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Ma quando definiamo "mostro" una madre che ha ucciso, cosa stiamo davvero facendo, oltre ad erigere un muro tra noi e lei, con il fine di sentirci assolti, collettivamente uniti nell&#8217;indignazione forcaiola? La colpa di chi ha ucciso, sia chiaro, &#232; e resta di chi ha ucciso, ed &#232; giusto che i colpevoli paghino per aver spezzato vite innocenti. Ma al netto di questi casi in continuo aumento abbiamo, forse, il dovere-come societ&#224;-di provare a complessificare e capire cosa c&#8217;&#232; all&#8217;origine di quello che oggi appare sempre pi&#249; un fenomeno, pi&#249; che un isolato bug di sistema.</p><p>Dietro ognuno dei casi sopracitati c&#8217;&#232; una vita segnata dalla solitudine, dall&#8217;assenza di una rete sociale volta a reggere il peso di maternit&#224; vissute come esclusioni anzich&#233; sostegni. La solitudine di queste madri non &#232; un incidente, non &#232; un&#8217;eccezione: &#232; il prodotto di un sistema che celebra la maternit&#224; come simbolo di perfezione e sacrificio, ma abbandona le donne nel momento in cui il mito si scontra con la realt&#224;. &#200; un sistema che riproduce disuguaglianze, che non offre servizi adeguati, che condanna la fragilit&#224; come fallimento personale anzich&#233; riconoscerla come una questione politica.</p><p>Le cronache sui figlicidi si soffermano spesso sui dettagli macabri, ma l&#8217;impressione &#232; che, quando &#232; una madre ad uccidere, non si interroghino sul contesto. Eppure, basta aprire la finestra sul paese reale, molto spesso emerso dalle piazze o da alcuni post sui social, per scorgere interrogativi interessanti sul tema che sembrano intercettare molti degli snodi teorici: quali erano i segnali che la societ&#224; ha scelto di ignorare? Dove &#232; finita la disperazione di queste madri, quando non ha trovato ascolto, n&#233; risposte? L&#8217;indigenza, l&#8217;isolamento, la mancanza di accesso a strutture di supporto, l&#8217;idea che una madre debba bastare a s&#233; stessa, la violenza ostetrica, che ruolo hanno in queste tragedie?</p><p>Che ruolo e responsabilit&#224; ha quell&#8217;organismo che chiamiamo societ&#224; e che mira alla conservazione della sua cultura, nei casi di madri che uccidono?</p><p>Se ci si sofferma pi&#249; analiticamente sui connotati di ognuna di queste storie, emerge un fattore drammaticamente ricorrente: non la mostruosit&#224;, ma la solitudine.</p><p>Alessia Pifferi &#232; stata condannata all'ergastolo per la morte della figlia Diana, di diciotto mesi, lasciata sola in casa per sei giorni, senza cibo e senza conforto, nel luglio del 2022. Di questa vicenda, lo scorso anno, abbiamo letto tanto: dalla prostituzione della madre per fare regali all&#8217;uomo che amava, alle condizioni di incuria in cui &#232; stata trovata la figlia. I dettagli macabri, appunto.</p><p>Sono stati poco evidenziati fattori al contorno che, invece- da uno sguardo prismatico e pi&#249; attento- appaiono tutt&#8217;altro che marginali, come, ad esempio, il fatto che Alessia Pifferi non fosse consapevole della sua gravidanza fino al momento del parto, avvenuto all'improvviso, tra le pareti di una casa in cui viveva con l'uomo che aveva condiviso con lei quei primi mesi con Diana, ma che poi si era allontanato, lasciando madre e figlia in una solitudine che avrebbe finito per diventare letale. I sanitari che hanno soccorso Alessia dopo il parto improvviso, hanno davvero considerato se fosse pronta a prendersi cura di una bambina apparsa nella sua vita in poche ore?</p><p>Se la vicina di casa di Pifferi, che spesso faceva da baby sitter alla piccola Diana per aiutare la madre, aveva colto il disagio di Alessia, &#232; davvero plausibile che la famiglia di lei non avesse mai intuito quanto pericolosa fosse la sua situazione? Inoltre, perch&#233; non si &#232; indagato a fondo sulla responsabilit&#224; di quell'uomo, la cui influenza su Pifferi appare cos&#236; evidente?</p><blockquote><p>La piccola Diana &#232; stata uccisa non solo dalla sua solitudine, ma anche da quella che aveva inghiottito sua madre.</p></blockquote><p>Inoltre, se ancora una volta allarghiamo lo sguardo dal personale al sistemico, le madri single oggi in Italia non hanno di certo una vita semplice da gestire, perch&#233; direttamente esposte a situazioni di grande vulnerabilit&#224; sociale ed economica. Tra i nuclei monoparentali con figli minorenni, una madre sola con almeno un figlio minore &#232; spesso esposta a un rischio di povert&#224; o esclusione sociale, che arriva al 41,3%, rispetto a una media del 27,2% per le famiglie con entrambi i genitori presenti. Inoltre, questi nuclei mostrano spesso una bassa intensit&#224; lavorativa, con solo il 63,8% delle madri sole che risultano occupate, (Fonte <a href="https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/le-equilibriste-la-maternita-italia-nel-2024">qui</a>)</p><p>E ancora. Chiara Petrolini, 21 anni, indagata per omicidio e occultamento di cadavere di due neonati che avrebbe partorito e nascosto in giardino.</p><p>Petrolini ha vissuto due gravidanze impreviste, e si &#232; trovata sola a dover decidere se diventare madre, senza alcun sostegno, con addosso il terrore del giudizio, persino del suo fidanzato. Anche di questo caso abbiamo letto tanto, con la sensazione di non arrivare mai a sbrogliare nemmeno uno dei nodi della matassa che investe tragedie come questa.</p><p>Abbiamo letto delle ricerche online di Petrolini su come procurarsi un aborto con i pugni nella pancia, ma non del fatto che nessuno sceglierebbe di interrompere una gravidanza passando per la violenza fisica autoinflitta, se l&#8217;alternativa sicura, in questo caso ricorrere ad una terapia farmacologica, fosse davvero accessibile. L&#8217;inaccessibilit&#224; non &#232; fatta solo di barriere strutturali, ma anche culturali.</p><p>Non ci siamo chiesti se, forse, la responsabilit&#224; di questa tragedia fosse da attribuire anche a queste barriere imponenti, che investono l&#8217;accesso all'aborto in Italia.</p><p>Basta volgere lo sguardo ai dati sull'obiezione di coscienza: in Italia si &#232; dichiarato obiettore il 63,4% dei ginecologi, il 40,5% degli anestesisti e il 32,8% del personale non medico.</p><p>Le percentuali sono molto variabili. Ogni regione ha tassi di obiezione di coscienza diversi, con picchi dell&#8217;84% fra i ginecologi in Abruzzo, del 77,8% in Molise e dell&#8217;85% in Sicilia. Nella provincia autonoma di Trento, invece, la percentuale scende al 17,1%, seguita dalla Valle d&#8217;Aosta (25%) e dall&#8217;Emilia-Romagna (45%). (Fonte <a href="https://alleyoop.ilsole24ore.com/2024/09/30/aborto-italia-percorso-ostacoli-dati-storie/">qui</a>)</p><p>Non abbiamo discusso del fatto che, in realt&#224; di provincia in cui si conoscono tutti, anche entrare in un consultorio pu&#242; rappresentare un ostacolo e rischiare di creare danni reputazionali che una giovane ragazza, probabilmente, non ha gli strumenti per fronteggiare. Petrolini non ha saputo o potuto chiedere aiuto.</p><p>Carola Finatti, condannata per l&#8217;omicidio della sua bambina di dieci mesi, invece l&#8217;aiuto lo aveva chiesto. Tutte le sue richieste di essere accolta in una struttura psichiatrica, per&#242;, sono state ignorate.</p><p>Anche di questo caso abbiamo letto tanto, ma non che Finatti aveva iniziato a stare male a causa di una depressione post partum. Non abbiamo letto di quanto sia facile, oggi, cadere in un abisso al buio, dopo aver dato alla luce un bambino. E non abbiamo letto che le modalit&#224; con cui si affronta il parto possono avere una diretta incidenza con questa patologia. Non abbiamo discusso di quando la violenza sanitaria in fase di parto e post parto oggi, in Italia, rappresenti un vero e proprio allarme.</p><p>La violenza ostetrica comprende una serie di atteggiamenti e pratiche che ledono l'integrit&#224;, la volont&#224; e il diritto all'autodeterminazione delle persone in gravidanza, compromettendo l'esperienza del parto, del travaglio e del periodo post-parto. Questo fenomeno include mancanze nell'assistenza, offese verbali, coercizioni fisiche e psicologiche da parte del personale sanitario, e carenze di comunicazione o informazioni scorrette riguardanti il percorso pre-parto. Rientrano in questa definizione anche pratiche standardizzate come l'episiotomia (un intervento chirurgico che facilita il parto di cui bisogna sempre informare la paziente), il diniego del parto cesareo o dell'analgesia durante il travaglio, cos&#236; come l'esecuzione di interventi medici senza previo consenso o senza adeguata discussione con la paziente. I dati del 2024 sulla violenza ostetrica in Italia sono sconvolgenti: circa il 41% delle madri italiane ha dichiarato di essere stata vittima di pratiche lesive per la propria dignit&#224; psicofisica in fase di parto. (Fonte <a href="https://www.wired.it/article/violenza-ostetrica-situazione-italia/">qui</a>)</p><p>Questa violenza, questa disumanizzazione, come dicevamo, incide profondamente sulla possibilit&#224; di sviluppare patologie come la depressione post partum o il baby blues, lasciando ferite che non si rimarginano. La depressione post partum non &#232; uno sfortunato inevitabile evento, &#232; un allarme sociale di cui ci si deve far carico, mentre ci riempiamo la bocca di denatalit&#224;.</p><p>La depressione post-partum (PPD) &#232; un disturbo mentale che colpisce molte donne dopo il parto, con una prevalenza stimata tra il 10% e il 15% delle puerpere in Italia. I sintomi includono tristezza persistente, ansia, insonnia, difficolt&#224; a prendersi cura del bambino e, nei casi gravi, pensieri suicidari. La PPD pu&#242; durare da alcuni mesi fino a un anno ma in alcuni casi pu&#242; presentarsi anche tardivamente, influendo sulla salute della madre, del bambino e sull'equilibrio familiare. Fattori di rischio includono precedenti episodi depressivi, mancanza di supporto sociale, complicazioni durante la gravidanza, e stress legato alla maternit&#224;. Il trattamento prevede una combinazione di supporto psicologico, farmacologico e interventi psicosociali. Screening tempestivi, come l'uso della Edinburgh Postnatal Depression Scale (EPDS), o una corretta e accessibile informazione sul tema, sono essenziali per individuare precocemente i casi a rischio e fronteggiare questo fenomeno.In Italia, nonostante l'importanza del tema, la standardizzazione di linee guida e programmi di prevenzione &#232; ancora limitata rispetto ad altri paesi europei, il che pu&#242; portare a ritardi diagnostici e disparit&#224; di accesso alle cure.(Fonte <a href="https://www.epicentro.iss.it/materno/linee-guida-depressione-peripartum">qui)</a></p><p>Definire "mostro" una madre che uccide &#232; un atto spontaneo, ma di vigliaccheria collettiva. &#200; il modo in cui non ci diciamo che quei bambini sono stati uccisi dalle loro madri, ma forse anche dalla cecit&#224; di un sistema che non si prende cura delle maternit&#224;, che non le sostiene, che non si accorge di quando una madre si trova sull&#8217;orlo del precipizio.</p><p>Dobbiamo smettere di raccontare storie di mostruosit&#224; individuali e iniziare a raccontare storie di mostruosit&#224; sistemiche. Dobbiamo attingere dalle specificit&#224;, entrare nelle matasse e provare a sbrogliarle. Dobbiamo partire dal riconoscere che la cura dei figli &#232; una responsabilit&#224; collettiva, riconoscere che nel sistema gestazione, parto e post parto ci sono dei meccanismi sistematicamente inceppati, sistematicamente ignorati.</p><blockquote><p>&#8220;Per crescere un figlio serve un villaggio&#8221;, dicevamo. Se questo villaggio esiste, queste madri e questi figli non sono stati considerati degni di farne parte.</p></blockquote><p>Le madri assassine sono (anche) il sintomo estremo di una societ&#224; che ha fallito nel prendersi cura delle sue stesse fondamenta. E finch&#233; continueremo a guardarle come se la cosa non ci riguardasse, a isolarle nella categoria del "mostruoso", continueremo a fallire. Continueremo a permettere che sempre pi&#249; madri vengano inghiottite dalle loro case, con un neonato in braccio.</p><p></p><p><strong>Tra pochi giorni arriver&#224; l&#8217;aggiornamento della lista Condivisione &#232; cura, molte (moltissime) di voi si sono gi&#224; incontrate o organizzate per vedersi. Al di l&#224; dello scambio dei beni, prezioso ed emozionante, leggere nei dm che vi siete organizzate per andare al cinema insieme o per cucinare insieme mi ha profondamente commossa. Grazie di cuore.</strong></p><p></p><p>Prima di salutarci, voglio dirti che, se lo desideri e ne hai la possibilit&#224;, puoi offrirmi un caff&#232; virtuale. &#200; un piccolo gesto di sostegno al mio lavoro, ma non sentirti in alcun modo obbligata : il mio obiettivo &#232; mantenere questi contenuti aperti e accessibili a chiunque.</p><h3><strong><a href="https://buymeacoffee.com/francescabubba">Offrimi un caff&#232; virtuale qui</a></strong></h3><p>Spero di tornare presto con nuove riflessioni condivise, intrecciando ancora una volta le nostre voci in un percorso di cura collettiva.</p><p>A presto, Francesca.</p><p></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Condivisione è cura]]></title><description><![CDATA[Sostegno materiale e cooperazione tra genitori]]></description><link>https://francescabubba.substack.com/p/condivisione-e-cura</link><guid isPermaLink="false">https://francescabubba.substack.com/p/condivisione-e-cura</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Bubba]]></dc:creator><pubDate>Thu, 20 Feb 2025 13:03:46 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Essere madri oggi significa tante cose. Tra queste, significa anche essere sottoposte a diversi livelli di frustrazione. Siamo chiamate quotidianamente a confrontarci con un tempo in cui il lusso &#232; ostentato ad ogni angolo dei social, dove si promuove l'idea che per crescere un figlio servano sempre pi&#249; beni, vacanze costose, tempo libero e di qualit&#224;, e un certo tipo (standard) di approccio educativo, che di solito si acquisisce a suon di corsi e consulenze a pagamento. Eppure, questa &#232; una realt&#224; distante, inaccessibile a molte, che si vedono schiacciate dalla sensazione di non essere abbastanza, di fallire nell'essere madri sufficienti, perch&#233; non possono offrire ai proprii figli ci&#242; che sui social pare indispensabile. Questo &#232; un riflesso della disuguaglianza di classe in cui siamo sempre pi&#249; immersi.</p><p>Esiste, collateralmente, un secondo livello di frustrazione: la competizione.Basta pensare a certe dinamiche quotidiane: asili, gruppi, social network, dove tutto si trasforma in una gara tacita, un&#8217;esibizione di meriti del proprio bambino e, indirettamente, della madre stessa, giudicata attraverso le prestazioni del figlio.</p><blockquote><p>La competizione, per&#242;, &#232; un meccanismo che ci divide e ci isola, privandoci di sostegno reciproco.</p></blockquote><p>L&#8217;idea di una famiglia con figli come nucleo chiuso suggerisce che, una volta diventati genitori, ciascuno debba arrangiarsi in solitudine. La genitorialit&#224;, cos&#236;, diventa una corsa continua contro il tempo e la performance, che spesso costrige a decurtare dal sonno e dai sogni. Ma le madri, oltre a essere donne, sono innanzitutto esseri umani: creature sociali che, per natura, trovano senso e forza nella cooperazione, nella volont&#224; di unirsi e di sostenersi a vicenda.</p><p>Fare collettivit&#224; non significa sommarsi come singoli individui, ma costruire un corpo sociale unito da un progetto condiviso, dove ognuno riconosce negli altri un elemento essenziale. E in questo scenario, l&#8217;alleanza tra mamme pu&#242; rivelarsi uno strumento formidabile, capace di agire dal basso per arginare la tendenza delle istituzioni a spingerci verso l&#8217;individualismo. Spesso, lungo il percorso faticoso della maternit&#224;, l&#8217;unione rappresenta non solo uno scambio di idee e rimedi pratici, ma anche un modo per recuperare un senso di appartenenza e comunit&#224;. Nel momento in cui due madri si sostengono, l&#8217;energia che ne deriva si riverbera sui figli, si diffonde come un&#8217;onda nel tessuto collettivo.</p><p>In un contesto in cui domina la logica dell&#8217;&#8220;ognuno per s&#233;&#8221;, l&#8217;unione tra mamme diventa un gesto di resistenza culturale e politica. Non si limita a un aiuto superficiale, ma si radica in legami profondi, costruiti sulla reciprocit&#224; di chi condivide esperienze, timori e speranze. Da questa continua circolazione di vicinanza nasce una quotidianit&#224; meno appesantita, sostenuta dalla certezza di non affrontare le sfide in solitudine. Cos&#236;, la cooperazione diventa anche una forma di difesa dall&#8217;isolamento.</p><p>Quando la societ&#224; nel suo insieme riconosce il valore di questa forza solidale, si creano le premesse per politiche pubbliche pi&#249; lungimiranti: progetti, servizi e spazi in cui le famiglie possano incontrarsi, collaborare, scambiare saperi. &#200; in questo modo che si disegna una collettivit&#224; pi&#249; accogliente, fondata sull&#8217;idea che la cura reciproca rappresenti una ricchezza inesauribile. La sinergia tra mamme e genitori, quindi, non &#232; un semplice sostegno sporadico: &#232; la linfa di una comunit&#224; che cresce compatta, puntando a un benessere diffuso, che pu&#242; esistere solo se condiviso.</p><blockquote><p>Per questo, ho creato (anzi, lo ha creato Chiara Marras per me) un sito dove ho inserito una lista di nominativi di persona che hanno beni e servizi da offrire. La lista &#232; in continuo aggiornamento, ognuno pu&#242; inserire disponibilit&#224; in totale autonomia!</p></blockquote><p>Troverete di tutto: da passeggini, culle, vestitini e seggioloni a offerte di supporto professionale gratuito- da parte di psicoterapeute, babysitter, ostetriche, insegnanti- fino ad arrivare a offerte di compagnia, piatti caldi pronti, spesa insieme, chiacchere e sostegno.</p><p>La lista dei nomi &#232; organizzata per <strong>province</strong>, con <strong>@nomeutente</strong> cliccabile (collegato al link Instagram dove potrete contattarvi) e la relativa descrizione di ci&#242; che ognuno ha da offrire. C&#8217;&#232; anche una sezione senza province che prevede un elenco di servizi gratuiti fruibili online o beni disponibili attraverso spedizione.</p><p><strong>All&#8217;interno del sito toverete la sezione Caf con la lista di tutti i bonus (con requisiti, date, scadenze e tutto ci&#242; che concretamente c&#8217;&#232; da sapere per assicurarci di non perdere il diritto di accedere a ci&#242; che ci spetta!)</strong></p><h2><a href="https://condivisionecura.netlify.app/?fbclid=PAZXh0bgNhZW0CMTEAAaZN3PlywNRqrg4BHBM_ykOPjIB7jvjoFBrGRonrF2f0kG32tc1uAqpvNuk_aem_53OoU3kLN8FxgLvtp3iC6g">Clicca qui per cercare o offrire beni/servizi</a></h2><p></p><p>Prima di salutarci, voglio dirti che, se lo desideri e ne hai la possibilit&#224;, puoi offrirmi un caff&#232; virtuale. &#200; un piccolo gesto di sostegno al mio lavoro, ma non sentirti in alcun modo obbligata : il mio obiettivo &#232; mantenere questi contenuti aperti e accessibili a chiunque.  </p><h3><strong><a href="https://buymeacoffee.com/francescabubba">Offrimi un caff&#232; virtuale qui </a> </strong></h3><p>Spero di tornare presto con nuove riflessioni condivise, intrecciando ancora una volta le nostre voci in un percorso di cura collettiva.</p><p>A presto, Francesca.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Cucina di classe]]></title><description><![CDATA[Ricette a 1&#8364; a porzione, calcolo del risparmio e riflessioni di classe sulla cucina]]></description><link>https://francescabubba.substack.com/p/cucina-di-classe</link><guid isPermaLink="false">https://francescabubba.substack.com/p/cucina-di-classe</guid><dc:creator><![CDATA[Francesca Bubba]]></dc:creator><pubDate>Wed, 15 Jan 2025 10:05:01 GMT</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>C'&#232; una disuguaglianza che si consuma tre volte al giorno, a ogni pasto, e che raramente viene discussa: la disuguaglianza alimentare. Non si tratta solo di ci&#242; che troviamo nei piatti, ma di un fenomeno che affonda le sue radici in un problema pi&#249; ampio, un sistema neoliberista che scarica sulle famiglie &#8211; e in particolare sulle madri &#8211; la responsabilit&#224; di colmare il divario nutrizionale. <br><br>In queste ottantacinque pagine proviamo a complessificare ci&#242; che &#232; sempre stato dipinto come politicamente vuoto, semplice ed espressione di naturale predisposizione- come spesso accade con ci&#242; che investe il femminile- :la cucina domestica. Attraverso la storia della cucina economica come atto di resistenza alle disuglianze alimentari, attraverso tecniche di calcolo del risparmio e rivisitazioni in chiave economica di ricette sane e belle, proviamo a restituire complessit&#224;, corpo, forza e politica alla cucina domestica. </p><p>Questo testo non &#232; un oggetto di consumo, ma una pratica che nasce dal desiderio di offrire uno spazio dove la cucina possa diventare un atto di solidariet&#224;. In un tempo che ci vorrebbe soprattutto consumatori, la cucina pu&#242; ancora essere un atto di riscatto e uguaglianza. Non ci saranno foto che mi ritraggono, non ci saranno mie biografie o rimandi a me: sar&#224; un atto di condivisione che rifiuta la logica del mercato e celebra, invece, l&#8217;unicit&#224; della comunit&#224;. Cos&#236;, questo testo sar&#224; gratuito per sempre, senza confini, senza ostacoli, perch&#233; nessuno dovrebbe sentirsi escluso dal diritto di nutrirsi bene, con le risorse che ha. Perch&#233; cucinare &#232; (anche) un atto politico.</p><blockquote><p>Ci tenevo che questo lavoro fosse gratuito e accessibile a tutti.</p></blockquote><p>Dentro ci sono anni di riflessioni e ricette nate per necessit&#224;, per prendermi cura di me stessa e delle persone che amo.  &#200; qualcosa di personale, ma al tempo stesso aperto al mondo: puoi scaricarlo liberamente, condividerlo, regalarlo, riadattare ogni ricetta ai tuoi gusti e raccontarmelo, possiamo fondere le conoscenze e dar vita ad altrettante pagine. </p><p>&#200; nato da me, ma vorrei che diventasse un progetto condiviso, un luogo dove tutti possano trovare un pezzo di s&#233;. </p><h3><a href="https://drive.google.com/file/d/1XuEBAJ0f_QYrZ9cUJf_jbYnTsW96E1ks/view?usp=sharing">Leggi qui Cucina di Classe</a><br></h3><p><strong>Prima di salutarci.</strong></p><blockquote><p>Se vuoi, puoi sostenere il mio lavoro offrendomi un caff&#232; virtuale. <br>Sia chiaro, solo se vuoi e puoi permettertelo. Nessuno sar&#224; mai escluso dai miei contenuti, perch&#233; questo spazio rester&#224; aperto e gratuito per sempre.</p></blockquote><h4><strong><a href="https://buymeacoffee.com/francescabubba">Offrimi un caff&#232; virtuale qui</a></strong><br></h4><p>Spero di scrivere presto, insieme, nuove pagine di riflessione e di cucina economica.</p><p></p>]]></content:encoded></item></channel></rss>